Per chi ama la letteratura, scrivere racconti, essere cittadini del mondo e riflettere sulla Settima Arte

lunedì 7 ottobre 2019

Joker (2019) by Todd Phillips


Joker (2019)
di Todd Phillips

Joaquin Phoenix (Arthur Fleck)
Robert De Niro (Murray Franklin)
Zazie Beetz (Sophie Dumond)
Frances Conroy (Penny Fleck)
Brett Cullen (Thomas Wayne)
Shea Whigham (Detective Burke)
Bill Camp (Detective Garrity)
Glenn Fleshler (Randall)


Le parole di Martin Scorsese che si scaglia contro l'universo Marvel sembrano di gran lunga più propedeutiche a questo film piuttosto che al lancio del suo The Irishman, che vedremo in anteprima al Festival di Roma e con lo stesso Robert De Niro ancora una volta in prima fila nel cast.

È difficile e contraddittorio discutere su quanto i film di supereroi, che Hollywood dall'alba del 2000 e dalla rivoluzione digitale ci propina ogni anno a ritmi quasi insostenibili, in realtà siano o meno del Cinema e quanta umanità possano mai sprigionare dietro l'esigenza delle majors di incassare e creare mondi su mondi a portata di bambini reali o cresciuti con i popcorn sulle ginocchia e il cervello se non in stand by quantomeno rilassato; fatto sta che quando una produzione decide di andare oltre (che sia un Iñárritu con un Birdman ma anche solo un Carpenter) si va sempre a dama e si fa del grande Cinema, che magari utilizza gli archetipi del mondo fumettistico e pop per afferrare il vero zeitgeist, lo spirito del tempo. Joker di Todd Phillips è un film d'autore, furbo e pragmatico nelle scelte come un blockbuster hollywoodiano, attento ad aderire perfettamente alla mitologia batmaniana di riferimento (tanto che ritroveremo anche una scena para para a quella che Tim Burton girò nel 1989), ma contaminato di stili e colori da opera ultra-avanguardista e anarchica che sembra venire direttamente dagli anni '70.

Joaquin Phoenix viene servito in tutti i modi possibili per un'interpretazione naturalmente mostruosa, De Niro, a proposito del padre Scorsese, replica The King Of Comedy (ovvero Re Per una Notte, 1982). Gotham City è una metropoli che non ha né il fascino gotico di una fiaba di Tim Burton, né il barocchismo fracassone di Joel Schumacher, né l'austerità British ed elegantemente ingessata di Christopher Nolan, non è una cartolina fumettosa come lo sfondo del serial televisivo che divertiva i piccini negli anni '60 a furia di nuvolette e botti. È un concentrato di iper-violenza psicologica che sembra venir fuori proprio da uno dei primi Scorsese o da Walter Hill o addirittura da Il Braccio Violento Della Legge di Friedkin, con volti reali e scavati alla Cassavetes e una rabbia che esce fuori da ogni elemento, persino dallo spettatore stesso: la società è iper-classista, chi è riuscito a fare qualcosa nella vita rivendica la sua bravura al di sopra di una folla disperata e inferocita, che vive in interni diroccati come quelli che si vedevano per la prima volta in Midnight Cowboy (1969) e con un'emergenza di topi che rovistano nella spazzatura che quasi ti fa sentire la puzza come un odorama di John Waters.

E Arthur Fleck, il personaggio clownesco, triste, sconsolato, costantemente preso a pugni dalla vita, dagli ematomi che ammaccano un corpo di per sé ai limiti della denutrizione (e con una risatina patologica che solo i farmaci riescono a placare e che i tagli alla sanità pubblica favoriscono) non è il Joker romantico e arty-fashion di Jack Nicholson e neanche il nichilista del terrore che Heath Ledger interpretava in The Dark Knight. Arthur Fleck non è Joker (e qui è una delle felicissime intuizioni dello script firmato a quattro mani dal regista con Scott Silver, quello di 8 Mile), bensì il povero trentenne precario, per non dire disoccupato, con la mamma malata e probabilmente orfano di un padre ingordo e spietato (altra perla di scrittura), dall'animo gentile di un Patch Adams che non rinuncerebbe a dispensare sorrisi sinceri se la società non fosse così brutalmente ipocrita e imperniata su un darwinismo sociale che fa spavento e che porta la maggioranza delle persone al "mors tua vita mea" di cui il sistema del capitale si ciba.

Immersa in un acquario di filtri iper-reali che rendono i colori pastello quasi una pittura ad olio e il digitale sporco come un 16 o un 8 millimetri di una volta, l'opera di Phillips si attesta a metà strada tra ciò che è la via scorsesiana e il lungo e fastoso viale delle mercanzie da cui attingono inevitabilmente le produzioni. Uno spin-off capace di superare qualsiasi cosa fatta del suo universo di riferimento (e a parte qualche roba di cattivissimo gusto, tipo i film di Schumacher o Batman VS Superman, con il pipistrello tutto sommato siamo abituati bene).

Forse la cosa più importante e rappresentativa dell'Occidente in crisi che l'industria audiovisiva americana abbia mai partorito, che mai come questa volta non può che essere chiamata col suo nome: un Capolavoro.


VP

mercoledì 2 ottobre 2019

Ad Astra (2019) by James Gray


Ad Astra (2019)
di James Gray

Brad Pitt (Roy McBride)
Tommy Lee Jones (H. Clifford McBride)
Ruth Negga (Helen Lantos)
Donald Sutherland (Thomas Pruitt)
Kimberly Elise (Lorraine Deavers)
Loren Dean (Donald Stanford)
Donnie Keshawarz (Captain Lawrence Tanner)
Sean Blakemore (Willie Levant)


Astronauta orfano di padre e con problemi coniugali appena accennati viene coinvolto in una spedizione per indagare su dei "picchi", disastri spaziali che rovinano la Terra e causati da non si sa cosa. Forse proprio il papà che si pensava scomparso in una missione ai limiti del possibile c'entrerebbe ma ci sono segreti nelle spedizioni, prima verso la Luna, dopodiché verso Marte e poi verso Nettuno, che non possono essere rivelati. L'odissea nello spazio di un figlio in cerca di un padre dal cuore di tenebra (citare Kurtz è davvero elementare e persino noioso), un viaggio fatto di respiri, ricordi, navi norvegesi che non rispondono alle chiamate e che si scopre conquistate da violentissimi primati, umori soffusi e una recitazione tutta sottotono che vorrebbe dare al film un'aurea noir, per incastonarsi in un universo di serissima sci-fi in compagnia di mostri sacri targati Kubrick, Tarkovskij o Sunshine di Danny Boyle, giusto per non volare troppo in alto.

Dirige James Gray, che negli anni '90 firmò uno splendido e semi-sconosciuto film sulla criminalità organizzata est-europea trapiantata in America (Little Odessa, 1994) e che oggi si fa produrre da Brad Pitt stesso una roba che vorrebbe essere evocativa ai limiti del filosofico: probabilmente fino a due decadi fa lo sarebbe stata, noiosa ma affascinante. Oggi, nell'era del digitale, della globalizzazione e della tecnologia a portata di tutti che sembra superare la NASA stessa, questo tipo di pellicola, se non si distanzia un attimo da tutto ciò che nei tempi passati abbiamo visto, risulta inevitabilmente convenzionale e persino goffa quando cerca appigli tematici nella letteratura (ancora Conrad) e nei modelli passati (ancora 2001, Solaris e compagnia cantante).

Per quanto possa essere girato bene, la visione non serve a nulla; appena compreso dove si vorrebbe andare a parare, l'unica adrenalina che resta è quella del corpo dello spettatore che freme per alzarsi dalla poltrona e tornare a casa. Quando è ancora sveglio.


VP

martedì 1 ottobre 2019

C'Era una Volta A... Hollywood (2019) by Quentin Tarantino


Once Upon a Time... In Hollywood (2019)
di Quentin Tarantino

Leonardo DiCaprio (Rick Dalton)
Brad Pitt (Cliff Booth)
Margot Robbie (Sharon Tate)
Emile Hirsch (Jay Sebring)
Margaret Qualley (Pussycat)
Timothy Olyphant (James Stacy)
Julia Butters (Trudi)
Austin Butler (Tex)


Il 1969 era l'anno di Woodstock, ma era anche l'anno di uno degli episodi più efferati della cronaca nera americana: un'attrice, compagna del regista di punta che dalla Polonia si prese Hollywood, sarebbe stata trucidata da una setta di ragazze annebbiate che mischiano cultura hippie con quella dumpster del riciclare scarti alimentari. Nelle vicinanze era probabile che un attore non dei più affermati (eterno villain di celluloide western) potesse sentire puzza di retrocessione a Roma per progetti alla Corbucci, affogasse nell'alcol e nella depressione insieme ad uno stuntman che se la prende bene pur vivendo col fido cagnolone in una roulotte scalcagnata. Un universo in cui il cazzeggio è di casa, persino per chi viene dall'oriente e fa film di arti marziali, ostentando le sue capacità a dismisura, e chiacchiera, chiacchiera, chiacchiera, finché non finisce sul cofano ammaccato di un produttore.

Una golden age infranta dall'orrore, che volendo potrebbe anche essere rimosso, un po' come Hitler in un film sulla seconda guerra mondiale: poteri del pulp, della pop culture, dell'exploitation e tutta la robaccia degli anni '70 in pellicola desaturata che Quentin Tarantino, sceneggiatore e metteur en scène del panorama americano degli anni '90 e ingegnere di un immaginario del feticismo e del vintage perpetuo da un quarto di secolo a questa parte, continua a magnificare a mo' di ripetizione estenuante delle sue ossessioni estetiche, di piedi femminili da star, da ragazza hippie e country sporchi di terra e inquadrati davanti, sopra, sotto, ovunque.

Un film del genere fa la felicità di chi conosce il regista, di chi ne ammira le caratteristiche ben sapendo di trovare in una ogni nuova opera quello che già sa, tutto ciò che ci si aspetterebbe da questa California magnificata e contaminata di echi leoniani (fin dal titolo) e di tutto il genere americano e italiano (e italoamericano) possibile. Fa un po' meno felice chi invece più di 25 anni fa vide in Resevoir Dogs e in Pulp Fiction il futuro, quando Quentin non se lo filava tutta questa gente, a momenti neanche Hollywood che al massimo gli commissionava sceneggiature per Tony Scott (Una Vita Al Massimo ovvero True Romance)... e chi crede, proprio perché amava Tarantino e lo ama ancora quando torna a sperimentare qualcosa di nuovo ed esplorare territori ancora non calpestati (Django Unchained), che quel pulp tanto ostentato e portato in gloria sia qualcosa di serissimo. Qualcosa che non può essere usato come giochino per cambiare un corso della Storia che, proprio perché vede in primo piano un momento così leggendario per l'industria culturale occidentale (il 1969), è sacrale. Tarantino fa una cosa che non si può spoilerare in una recensione e che ha già fatto: una cosa che soprattutto gli appassionati non dovrebbero mai perdonargli.

Perché al di là di DiCaprio, Pitt e Margot Robbie, che insieme a una L.A. pre-70's salvano il film dalla stroncatura piena, il Cinema e le sue tecniche e i suoi miti intrecciati con la cruda realtà sono una cosa come già detto seria. Non ci si aspettava una roba profonda e lucida come il film di Mary Harron uscito poco fa (Charlie Says), ma porca miseria!


VP

lunedì 30 settembre 2019

Burning (2018) by Lee Chang-dong


Beoning (2018)
di Lee Chang-dong

Ah-in Yoo (Lee Jong-su)
Steven Yeun (Ben)
Jong-seo Jun (Shin Hae-mi)
Soo-Kyung Kim (Yeon-ju)
Seung-ho Choi (Lee Yong-seok)
Seong-kun Mun (lawyer)
Bok-gi Min (judge)
Soo-Jeong Lee (prosecutor)


Un giovanissimo magazziniere, timido e taciturno, entra con la merce in un negozio, al cui esterno due ragazze immagine si danno da fare con i balletti e un bingo con orologio femminile come premio: una delle due fa vincere proprio lui, che non ricorda affatto quel volto che invece apparterrebbe al passato scolastico in una località bucolica di fattorie e serre (e pozzi dentro cui si cade) nell'immediato confine con la Corea Del Nord. Eppure quella ragazza, che una volta era considerata da lui brutta, lo seduce con la pantomima, un appartamento freddo e minuscolo e perennemente in disordine e un gatto desaparecido, ma che forse neanche esiste (e secondo l'arte gestuale che lei affina giorno per giorno bisognerebbe scordarsi che tutto ciò non esista, anche solo per godere del succo di un'arancia anch'essa immaginaria) e a cui il giovane deve dare da mangiare mentre lei se ne vola in Africa alla ricerca della fame di conoscenza che hanno solo i "grandi affamati". Lei torna dal Kenya con un nuovo amico, un rampollo della Seoul ricca, con una Porsche tra le mani e abitante con gli amici suoi affini di loft centrali e di quella pulizia asettica mischiata all'aroma del buon vino. Ad un certo punto questi tre poli, tanto educati quanto idiosincratici, prenderanno le proprie vie naturali e lo scontro animale è imminente. Perché il magazziniere sarà anche tale, ma sogna la grande letteratura da amante di Faulkner; il ricco è uno dei tanti Gatsby che stanno a Seoul, ma trova conforto soltanto dando fuoco alle serre abbandonate; lei si lascia trasportare dalla marijuana in una perdizione con la natura.

Quello di Lee Chang-dong è un cinema che vive di spiritualità inespresse e snodi narrativi accennati e non del tutto chiari. Come la natura e gli spazi interni nascondono i propri meandri e i sentimenti contrastanti, così il grande mistero del vivere esce fuori in tutta la sua incompiuta sensatezza: il non spiegabile frutto delle follie, delle ossessioni e degli interrogativi esistenziali che ogni personaggio coltiva nella propria intimità. Burning è un film di solitudini intrecciate e che procede nella distruzione di ogni legame umano stabile portando alla ribalta la scomodità degli immaginari distanti e delle intenzioni di vita che compongono il senso di una felicità possibile. In mezzo a tante parole, agli sguardi incrociati, alle formalità di rito, ai silenzi ambigui, ai vuoti interiori e degli ambienti c'è sempre il terrore certo della propria dimensione unica, che non trova né nel sociale né tantomeno nell'intimo una forma di solidarietà tra le parti o un punto di incontro che non sia distante nell'immaginario dei rapporti ideali.

Partendo da un piccolo racconto di Haruki Murakami il regista piega una forma di thriller ibrida ad un minimalismo narrativo e della descrizione dei caratteri che fa di Burning una delle opere più potenti della già floridissima produzione sudcoreana, che con una schiera di autori ormai internazionalmente riconosciuti e riconoscibili, anche nella diversità dello stile, si impone come prima avanguardia del cinema d'autore. E non solo nel continente asiatico.


VP

domenica 29 settembre 2019

IT (parte seconda) (2019) by Andrés Muschietti


IT (chapter 2) (2019)
di Andrés Muschietti

Jessica Chastain (Beverly Marsh)
James McAvoy (Bill Denbrough)
Bill Hader (Richie Tozier)
Isaiah Mustafa (Mike Hanlon)
Jay Ryan (Ben Hanscom)
James Ransone (Eddie Kaspbrak)
Andy Bean (Stanley Uris)
Bill Skarsgård (Pennywise)


C'è una scena in questa lunghissima seconda parte del riadattamento del sommo capolavoro di Stephen King che fa veramente paura: ogni personaggio del gruppo dei perdenti rivive singolarmente i propri incubi prima di rimettersi insieme e Beverly decide di visitare la sua vecchia dimora adesso abitata da una "vecchietta". È l'unica parte in cui il regista Muschietti lavora di campo lungo e quello che succede fa effettivamente venire i brividi.

Una trasposizione di IT dovrebbe partire da qui, da uno studio dell'immagine e da una visione e un'interpretazione della cultura americana, della sua struttura sociale, portandone alla luce le contraddizioni, che sono, quelle sì, terrorizzanti. Nella prima parte avevamo abbastanza giustificato la scelta di regista e produttori di trasportare l'azione dagli anni '50 agli anni '80, in modo da strizzare l'occhio al pubblico giovane odierno. I fan più accaniti del Maestro non hanno digerito, ma davanti ad una costruzione che regge dei rapporti tra i personaggi possiamo comunque soprassedere. La seconda parte si sbriciola letteralmente e dà il via libera a tutta la CGI possibile, le psicologie si appiattiscono, Pennywise diventa una figura quasi scenografica: non crediamo neanche un briciolo di secondo che possa far male.

E questo sì è davvero imperdonabile. Soprattutto perché ci si prende gioco (per i trend, i temi di attualità come l'omofobia, vedi la scena iniziale, gli incassi) di uno dei capolavori letterari massimi dello scenario americano. Stephen King comunque si presta ad un cameo e non sembra particolarmente a disagio: se pensiamo che nel 1980 attaccò duramente Kubrick per aver sconvolto cinematograficamente il suo Shining, fa abbastanza ridere.


VP