Per chi ama la letteratura, scrivere racconti, essere cittadini del mondo e riflettere sulla Settima Arte

giovedì 20 settembre 2018

Sulla Mia Pelle (2018) by Alessio Cremonini


Sulla Mia Pelle (2018)
di Alessio Cremonini

Alessandro Borghi (Stefano Cucchi)
Max Tortora (Giovanni Cucchi)
Milvia Marigliano (Rita Calore)
Jasmine Trinca (Ilaria Cucchi)
Elisa Casavecchia (Giulia)
Aurora Casavecchia (Giulia)
Mauro Conte (carabiniere arresto)
Tiziano Floreani (Luca)


È sicuramente il film del momento, quello che ha risvegliato nel Cinema e nella TV italiana un inaspettato desiderio di denuncia civile, con organizzazioni in grande massa di proiezioni pubbliche clandestine che uniscono la modernità della piattaforma Netflix (aggirata con grandi lamentele di produttori, Occhipinti e Lucky Red, e regista stesso, ma anche con il beneplacito della vera sorella della vittima) ad un clima politico e ideologico che non si ricorda dagli anni '70. È un film importante e questo va innanzitutto specificato: insieme a Diaz e ad altre opere ad esempio di Marco Tullio Giordana (da I Cento Passi a Romanzo Di una Strage) si interroga su che razza di paese sia davvero l'Italia, una nazione che vorrebbe dirsi Occidentale ed europea nel rispetto dei diritti fondamentali di base salvo poi mostrare buchi neri profondissimi, zone in cui la burocrazia ingessata incontra il crimine silenzioso delle mafie e degli appalti e le forze dell'ordine rispolverano modi di un altro paese che fu nel primo Novecento.

Nell'ottobre del 2009 a Tor Pignattara, Roma, due ragazzi stanno in macchina a parlare di donne da conquistare con piatti di melanzane e quant'altro. Arriva una pattuglia e li fa scendere: ci sono svariati grammi di fumo e cocaina, l'arresto è in flagranza. Il film segue chi dei due alla fine di 6 giorni lunghi come una Via Crucis di omertà istituzionale all'interno dei centri di detenzione (con domande buffe di secondini, agenti e medici) avrà la peggio: l'epilettico 31enne Stefano Cucchi, che purtroppo quella sera non se ne è stato in famiglia a mangiare e dormire, già passato nei centri di recupero per tossicodipendenti, si procura di punto in bianco un ematoma facciale dopo una capatina forzata in una stanza chiusa: cosa sia davvero successo all'interno di quella stanza ancora è un mistero (lui parla di una caduta dalle scale, ma a volte anche di cinghiate da parte di chi lo teneva). Fatto sta che si presenta in aula di tribunale in condizioni a dir poco pietose (e dire che il pomeriggio dell'arresto era appena stato in palestra) e infine dopo un paio di celle che dire scomode è un eufemismo conoscerà la sua ultima destinazione: la stanza di detenzione dell'Ospedale Pertini... come finirà già lo sappiamo.

E al netto delle incongruenze caratteriali di Stefano, la sua reticenza al farsi aiutare, il suo prendere atto della propria posizione senza minimamente avere o sentire fiducia nelle istituzioni che lo tengono in custodia, questa triste pagina di cronaca, al pari di quella che poco tempo prima colpì Federico Aldovrandi, accaduta proprio a un passo dalle nostre abitazioni colpisce per la sensazione di malessere civile e di instabilità sociale che provoca: se non è vero che tutti potremmo essere degli Stefano Cucchi, ché al di là del consumo personale probabilmente era solito fare creste con la droga, purtroppo invece è reale il pericolo a cui ognuno di noi può andare incontro per un piccolo o grande errore che sia: c'è una ghigliottina di violenza istituzionale e fermezza burocratica (i genitori di Stefano a momenti neanche potevano vedere il cadavere del figlio appena morto) ad attenderci e neanche con tutto l'acredine possibile verso le istituzioni ce lo immagineremmo mai.

Un braccio della morte che si fonda sull'ipocrisia e l'imbarazzo della messa in discussione del ruolo delle forze dell'ordine, dove non ci sono urla udibili e brutalità esplicitamente inferte come nella Turchia di Fuga Di Mezzanotte (Midnight Express, 1978) e dove l'ideale umano è annullato dal consueto. In questo caso l'interpretazione di Alessandro Borghi, dimagrito considerevolmente, è ammirevole, così come tutte le scene in cui Cucchi rimane solo con se stesso e rifiuta quasi ogni contatto con ciò che lo ha costretto in quella cella, per di più steso in orizzontale. Il regista Cremonini gioca sapientemente di fuoricampo facendo la scelta migliore possibile per la scena fatidica della stanza punto interrogativo del caso.

Purtroppo però lo stesso Cremonini non è uno Steve McQueen, ovvero il videoartista britannico che per tracciare il profilo di Bobby Sands (il terrorista dell'IRA morto nell'81 in Irlanda Del Nord) partiva dallo studio dell'immagine: Sulla Mia Pelle non è Hunger e, come ci si poteva aspettare, esprime il bisogno di divulgare la storia di Cucchi ad ogni tipo di spettatore possibile. Il film non tradisce la sua natura televisiva, soprattutto quando in gioco ci sono i genitori del protagonista: le interpretazioni di Max Tortora (il padre) e Jasmine Trinca (la sorella Ilaria Cucchi) si collocano perfettamente nello standard piatto della fiction nazionale.

Se è ineccepibile sul piano informativo e del rapporto con i fascicoli giudiziari del caso, il risultato è molto distante da ciò che il Cinema dovrebbe smuovere, ovvero un'angoscia data dalle capacità espressive del mezzo e dalla deformazione intima di una realtà che viene raggiunta solo attraverso una toppa aperta che illumina i lividi. Perde la partita anche con Diaz, che era assai meno onesto come prodotto iper-reale, nel suo rapporto con l'etica del racconto e la visione della Storia, ma che nella sua natura talvolta grossolana mostrava lampi di educazione registica cristallina. Comunque è già qualcosa.


VP

domenica 2 settembre 2018

LO SCHERZO INFINITO DI DAVID FOSTER WALLACE (02/09/2018)

Questo articolo, che non è una recensione un po' come il libro in questione che non è un semplice romanzo, è dedicato al caro Gianfranco, amico e compagno abituale di discussioni sui forum di Twin Peaks e gruppi Whatsapp legati a David Lynch. Ebbene il caro Gianfranco mi ha spinto e sempre più invogliato a intraprendere questa avventura letteraria a dir poco corposa che stagnava in tutta la sua abbondanza tra le polveri della mia libreria in attesa (insieme ai suoi amici novecenteschi Proust e Joyce) che un fatidico giorno mi prendesse la follia intellettuale di investire tanto del mio prezioso tempo in qualcosa di davvero impegnativo e duraturo. Come è andata lo scoprirete tra poco, per quanto riguarda il caro Gianfranco è bene specificare che secondo lui questa opera è talmente rivoluzionaria e appassionante da averlo portato a finire il tomo in un battibaleno con tutta l'ammirazione del mondo per un genio assoluto che ha scritto qualcosa in grado di tramutarsi in una vera droga pagina dopo pagina, ora dopo ora, settimana dopo settimana. Vedremo se è stato effettivamente così... intanto caro Gianfranco la dedica te la becchi tutta e magari ti fa pure piacere.

Esistono opere che mettono di per sé in guardia, anche solo per la loro struttura esterna di libri, robe  di circa 1180 pagine di narrazione più in questo caso altre centinaia di pagine scritte in caratteri ancora più piccoli, che reclamano attenzione e continui stravolgimenti fisici durante una lettura che diventa tribolante per gli arti che si addormentano e i muscoli dell'addome continuamente stimolati mentre sdraiato sostieni il peso di un mattone. Una roba che vista da fuori e da lontano ha l'aria minacciosa di un uomo piazzato e anche un po' sovrappeso (un po' come uno dei personaggi veri con cui dovremo fare i conti in questo libro) con cui ti trovi tuo malgrado quando magari gli tamponi la macchina o in ogni caso gli fai veramente rodere il culo.

Da quando sono bambino ho imparato che tante volte queste minacce sono più innocue del previsto; infatti non è tanto il corpo del libro a fare la differenza, quanto la struttura interna, lo stile dell'autore, la bellezza di una storia in grado di avvolgerti in tutta la sua epica grandezza, le emozioni che ti sgonfiano pregiudizi e timori e ti infondono sempre più una fiducia di andare avanti che rimpiangerai quando poi la quarta di copertina diventa l'ultimo avamposto di un viaggio indimenticabile e che di colpo termina così. Lo stile di un autore che diventa un tuo amico intimo in quanto ci sei dentro, in quanto ti ha preso con sé per mostrarti i mondi meravigliosi e contagiosi che collegano una penna o una macchina da scrivere o un foglio digitale word processor a un cervello magari distante anche nel tempo. È stato così per le opere di Tolkien e di Stephen King (La Torre Nera e IT superano le mille pagine allo stesso modo, addirittura la saga del pistolero Roland di Gilead è un infinito letterario che si chiude con un settimo libro abbondante): amici di crescita che incontrai a 12 anni, che mi facevano compagnia in momenti molto difficili e che rappresentano una delle basi insieme ad esempio a D'Annunzio o anche Joyce (per quanto l'Ulisse, molto assimilabile come impresa di lettura a quella in questione, stia ancora avvolto nel cellophane tanto che potrei usarlo come potenziale regalo ad un amico che mi odierebbe, in tutta la sua aristocratica difficoltà di proposta, il più smilzo Dubliners è invece uno dei punti di riferimento insieme anche a Kerouac della crescita di una mia sensibilità non solo più nei confronti dei generi, fantasy e horror, ma anche per l'umanità ai margini e la critica sociale) del mio essere umanista e legato a tutto quello che gli americani catalogano in Performing Arts.

Dunque quando ho iniziato ad approcciare la letteratura (soprattutto americana) avevo 12 anni ed era la metà degli anni '90. Dai mondi fantastici citati in precedenza e le impegnative iniziazioni ai temi sociali del dramma umano, il passo successivo fu il minimalismo, la ricerca di uno stile accattivante che accompagnasse la mia adolescenza. Minimalismo equivale ad anni '80, giovani ventenni che fanno gli exploit e iniziano una carriera in cui la sintassi corta incontra lo stupore, il significato è nascosto ma intuibile, i mondi dei giovani newyorkesi e losangelini riflettono le contraddizioni del tempo. Parlo di tanti autori, ma soprattutto di due in particolare: Bret Easton Ellis (Less Than Zero, American Psycho) e Jay McInerney (Le Mille Luci Di New York). Questi due nomi non sono citati a caso, proprio in riferimento all'opera che mi accingo ad esplorare. Ed è una cosa davvero strana che mentre leggevo sempre in pieni anni '90 proprio American Psycho o l'opera del secondo, in America e poi nel resto del mondo un altro scrittore diventava forse la più grande star letteraria, paragonabile ad un'icona rock, del firmamento.

Strano, veramente strano: per due decenni avevo del tutto ignorato l'esistenza di tale Wallace. Eppure tutti ne parlavano, anche McInerney che ne loda gli aspetti eccentrici e spiritosi sul New York Times in una recensione sbalordita dell'anno ante Sponsorizzazione 1996. È invece con un tweet dell'anno 2012 a.S. che sento parlare per la prima volta di questo personaggio: è opera dell'amato Bret Easton Ellis, che in codesto modo liquida il talento di Wallace: "è il più noioso, sopravvalutato, tormentato e pretenzioso autore della mia generazione”. Il caro Bret forse avrebbe dovuto usare il passato.

Già perché qui bisogna inquadrare il personaggio di cui stiamo parlando, a partire proprio dalla tragica morte del settembre 2008 a.S.; lo scrittore e saggista (ma anche insegnante universitario) di grandissimo successo David Foster Wallace, un ragazzo di appena 46 anni, dunque una persona realizzata secondo i desideri e le legittime aspirazioni di una persona che scrive, dal carattere schivo e poco atto agli intrallazzi mondani, spesso troppo serioso ai limiti del patetico e spesso fotografato o raffigurato con una bandana in fronte (secondo lui per la paura che la testa possa aprirsi durante la scrittura), raggiunge l'aura di maledettismo propria di tante rockstar morte giovani (da Janis Joplin a Jimi Hendrix) legando una corda ad una trave della sua dimora californiana e infine impiccandosi. Un po' come il personaggio del suo Infinite Jest, seconda opera che lo portò alla grande ribalta nazionale e internazionale, James O. Incandenza, cineasta d'avanguardia nonché fondatore della più prestigiosa accademia tennistica di Boston, che per un'oscura ragione, che poi scopriremo, infila la testa nel micro-onde di casa e inserisce i titoli di coda alla propria esistenza. Wallace è citato anche da Niccolò Contessa in arte I Cani nel suo singolo Hipsteria: era lo scrittore che la Caterina vestita con abiti a righe legge a Central Park in una ipotetica e sognata vita newyorkese.

Dunque un personaggio che non solo ha scalfito il mondo della letteratura contemporanea americana (per Time e il Los Angeles Times è uno degli scrittori più influenti del Novecento statunitense, senza ombra di dubbio), ma che si è imposto nell'estetica di massa e nella sensibilità dell'avanguardia modaiola dell'hipsteria a cavallo tra anni Novanta e Duemila. Nelle poche interviste che Wallace concedeva ai network salgono alla ribalta tante caratteristiche proprie di un modo di essere giovani alternativi nel mondo occidentale dell'era globalizzata: capelli lunghi, barba e vestiario da campagnolo metropolitano e tic da film di Wes Anderson, una sensibilità mostrata in ragionamenti laterali che uniscono una freddezza dialettica con l'instabilità dell'umore. Una persona schiava del suo essere lunatica, stato espresso senza alcuna restrizione.

Il grande salto che ha portato Wallace ad essere ciò che negli anni a venire è diventato fu la pubblicazione nel '96 e il conseguente tour promozionale (di cui peraltro parla un film recente, 2015, intitolato per l'appunto The End Of the Tour con Jesse Eisenberg, quello che faceva Zuckerberg in The Social Network, che non ho visto e che mi dicono non essere un granché) di Infinite Jest. Un successo assoluto, acquistato nei book store anche da tutti coloro che non avevano né la voglia né il tempo di sobbarcarsi un'impresa di lettura così ingombrante, un po' come nella metà del '900 era impossibile non trovare nelle librerie di intellettuali o aspiranti tali i tomi già citati dell'Ulisse di Joyce o della Recherche proustiana. Opere di cui si dibatte fin dalla loro pubblicazione o auto-pubblicazione (ebbene sì, Proust si auto-pubblicò) spesso senza neanche averle lette o terminate: lo faccio anch'io, lo ammetto, per quanto nei prossimi anni, speriamo meno tumultuosi e più ricchi di certezze di questi, conti di farcela... come qualche mese fa decisi che fosse l'ora di capire cosa o chi davvero fosse David Foster Wallace con la sua opera più difficile, impegnativa e famosa. D'altronde Infinite Jest ha molto in comune con Ulysses e la Recherche: secondo il saggista e Franco Moretti questi libri, insieme ad esempio al Faust di Goethe, sono catalogabili sotto l'appellativo di "opere mondo", ovvero quelle opere che ricreano non solo un universo narrativo ma che intendono nel linguaggio e nella forma dare dei punti di riferimento esclusivamente propri che il lettore è costretto a tenere in considerazione se non vuole perdersi del tutto.

Ancor prima di analizzare a fondo questa opera mondo, dall'aspetto più superficiale a quello più nascosto, non posso non addentrami in quella che è stata la curiosità, dubbio, incredulità che mi ha accompagnato la lettura fino alla fine: ovvero come abbia fatto una roba del genere ad avere un successo così clamoroso, soprattutto in un paese come gli Stati Uniti d'America, dove la pubblicità televisiva (e non) è martellante, lo stile di vita almeno nelle grandi città è frenetico e il pensiero e la predisposizione a capire le cose con lentezza e pazienza è sicuramente meno sviluppata rispetto ad altre parti del globo. Per carità, negli USA a dire il vero ci sono dei lettori fortissimi ed è uno dei paesi in cui uno scrittore può avere la seria possibilità non solo di venir pubblicato e vendere, ma anche di ricevere l'attenzione adeguata e il riconoscimento del talento da parte di una grande massa e di un'industria che lo valorizza. Ma se questo funziona per opere avvolgenti, fresche, leggere o impegnate con molta onestà intellettuale e coscienza verso le istanze del lettore, invece appare incredibile per un'opera assai diversa come Infinite Jest.

Mentre mi accingevo a terminare il libro ho sentito d'improvviso la necessità di rispolverare nella mia memoria di cinefilo e critico di film un'altra opera che tutto sommato potrebbe essere inserita nella lista, cinematografica stavolta, delle "opere mondo". Uno dei film più difficili, ostici, lenti, scomodi per quanto affascinanti per il pubblico medio (altro che Ėjzenštejn, caro ragioniere nato al cinema nel 1975 e che forse non si rendeva conto di ciò che nel frattempo veniva proiettato nelle altre sale): parlo di quel capolavoro immortale che è O Thiasos, ovvero La Recita, del greco Theo Angelopoulos ovvero l'evento di linguaggio politico nella Settima Arte più travolgente degli anni '70 e non solo. Un film di 4 ore lente e dilatate che riesce a rappresentare in una stessa scena più epoche diverse facendo delle ambientazioni dei veri e propri luoghi della memoria di una nazione percorsa da una compagnia teatrale. Camminate orizzontali e piani lunghi, canzoni nazionalpopolari e una sfilza di piani sequenza magistrali con panoramiche fluide della macchina da presa che non lascia alcun dettaglio al caso (anche nelle narrazioni non rare fuori campo) che fanno uno stile di regia vorticoso nella sua estrema sofisticatezza. Ecco, senza Infinite Jest non avrei rispolverato questa opera che imparai ad amare agli albori della mia rivoluzione del linguaggio cinematografico. Anche perché il testo di Wallace riserva più di una sorpresa in tal senso, ma ci arriveremo più tardi...

Dunque, cercando di andare il più possibile con ordine (compito mai così arduo come in questo caso), di cosa si tratta, cosa è Infinite Jest?

Infinite Jest è un'opera narrativa in prosa (il che non vuol dire necessariamente che sia un romanzo come dice il traduttore Edoardo Nesi, il Premio Strega 2011 per Storia Della Mia Gente, nella piccola prefazione) divisa in corpo principale e "note ed errata corrige". E qui abbiamo il primo rebus da sciogliere: cosa sono degli errata corrige per Wallace? In questo caso non sono delle spiegazioni o dei piccoli riempitivi di parole o frasi della parte principale. Negli errata corrige ci sono pagine e pagine di narrazione, che potrebbero essere assolutamente messe nel corpo principale proprio in quanto hanno un'importanza e una forma non subordinata. Il contenuto di questi errata corrige è vario: si va da informazioni sulle innumerevoli sigle sparse alle biografie o addirittura filmografie dei personaggi agli eventi narrati alle formule matematiche che spiegano le dinamiche di determinati atti degli stessi. Dunque il lettore deve armarsi di santa pazienza e usare quantomeno due segnalibri, nonché si trova a sfogliare continuamente ribaltando sottosopra l'oggetto libro, pesante e voluminoso.

Leggere Infinite Jest è un atto fisico e David Foster Wallace pretende dal lettore una fiducia spesso mal riposta nella sua onestà intellettuale. È pretenzioso, irritante e autocompiaciuto: intende creare un mondo letterario con delle regole esclusivamente proprie che vanno per l'appunto dall'ordine degli eventi narrati alla disposizione delle note in fondo alla sintassi grammaticale, ma di quest'ultima ancora non parliamo...

Prima ancora di svelare la storia, davvero povera da un certo punto di vista, su cui la narrazione si dipana, è bene inquadrare innanzitutto l'ambientazione e la l'arco temporale degli eventi, che non sono assolutamente lineari e di cui andando avanti scopriremo la beffa, quando lo scrittore ci svela l'ordine degli anni. Sì perché Infinite Jest non segue il calendario gregoriano: gli anni non tengono più conto della nascita di Cristo, bensì sono comprati da aziende che danno loro il nome. Tutto ciò che c'è stato prima è catalogato nell'ante Sponsorizzazione (o A.S. come sarà riportato più volte nel testo), dopodiché ci ritroviamo davanti a nomi alquanto bizzarri come ad esempio l'Anno Del Pannolone Per Adulti Depend, in cui è ambientata la fetta assolutamente più grossa degli eventi narrati, Anno Del Whopper o Anno Della Saponetta Dove In Formato Prova e così via. L'effetto è senza dubbio straniante nel suo surrealismo: durante le prime letture quasi si fatica a prendere sul serio questa catalogazione, ma poi ci si fa l'abitudine anche e soprattutto quando Wallace decide di spiegare la sequenza del tempo sponsorizzato su per giù a metà libro (e figuriamoci se non fosse così!).

Per l'ambientazione invece le cose sono un po' meno ambigue: dopo un inizio in cui il lettore viene letteralmente stordito di nomi, storie di personaggi diversi che sembrano messe un po' a caso, sigle di farmaci o droghe o organizzazioni statali, politiche o terroristiche, la narrazione prende due linee principali che hanno a che vedere con due luoghi precisi e addirittura attigui. Escludendo Tucson (Arizona) che vede una piccola terza linea comunque di assoluta rilevanza (e che tratteremo in seguito), Infinite Jest è ambientato interamente a Boston (Massachusets) che non è più una città degli Stati Uniti d'America bensì dell'Organization Of North American Nations, più comunemente detto ONAN. In parole povere gli Stati Uniti hanno annesso a sé sia il Messico che il Canada, formando un unico blocco sotto il segno dell'ordine, della competitività e della pulizia. Non è un caso che la bandiera dell'ONAN (che i fans del libro si sono divertiti a disegnare su Internet) veda l'aquila rapace statunitense con un sombrero in testa (il Messico), una foglia d'acero (il Canada) tenuta in un artiglio e una scopa e uno spry tenuti dall'altro. E non è un caso che il Presidente dell'ONAN sia tale Johnny Gentle, un ex cantante del tempo ante Sponsorizzazione (a noi viene in mente Berlusconi in quanto si esibisse sulle navi da crociera, ma per gli americani il collegamento più ovvio è con Ronald Reagan che faceva l'attore hollywoodiano), ipocondriaco sempre con una mascherina sul naso. È stato lui con quelli della sua amministrazione a decidere che uno spicchio settentrionale dei vecchi USA e del Canada occidentale (che su per giù coincide con il Québec) venisse ridotto a una vera e propria discarica a cielo aperto off-limits chiamata Grande Concavità con tanto di trampolini per sparare i rifiuti tossici. Chi ha la forza e il coraggio di opporsi sono i separatisti quebechiani, dai valori antichi, tradizionali e reazionari, che si organizzano in vari gruppi terroristici per colpire l'ONAN: questo ha a che vedere con la terza linea narrativa.

Le due principali invece vedono due ambientazioni come già detto attigue e che rappresentano anche dal punto di vista simbolico i temi principali del libro, che sono la dipendenza (non solo dalle sostanze) e l'ossessione della competizione a tutti i costi nel mondo materiale, turbocapitalista occidentale che ormai ha vinto la sua battaglia nella Storia per quanto incapace di dare una vera felicità a tutti; in una precisa zona di Boston (ovvero Brighton, che francamente non conosco non essendoci mai stato, ma leggendo i vari blog si scopre che la collocazione è abbastanza fedele alla realtà) si ergono due strutture: la prima è la Enfield Tennis Academy (più notoriamente detta ETA) ovvero un'accademia tennistica che coltiva i più forti e prestanti giocatori juniores, che vengono istruiti nel gigantesco campus alla cura mentale e del corpo, alla forza d'animo e alla mentalità vincente che non ammette debolezze. Che in realtà ce ne sono a iosa: i ragazzi sono soliti fare uso di doping, se non proprio drogarsi, tra i condotti d'aria e le parti del campus più lontane dagli occhi delle autorità. Nonché sviluppano ossessioni compulsive come ad esempio Eschaton, un gioco violento di strategia militare e ambientazione geopolitica praticato con palle da tennis e giocato su due campi verdi differenti (una sorta di Risiko! d'azione), che si porta dietro strascichi sanguinosi e infortuni che però non devono assolutamente precludere la partecipazione al cosiddetto "WhataBurger", un torneo prestigioso anch'esso sponsorizzato.

Immediatamente accanto alla Enfield Tennis Academy sorge un'altra struttura, stavolta con una fauna umana molto diversa: è la Ennet House, una casa di recupero per tossicodipendenza e alcolismo, in pratica quel che noi conosciamo come rehab: una struttura che ospita gli scarti della società e i veri sconfitti del libero mercato, coloro che non sono riusciti a essere competitivi e affogano nelle loro memorie dolorose, le ambiguità della vita che hanno sprigionato vortici di violenza che portano a uccidere persone o gatti o cani per strada.

Queste due ambientazioni sono esplorate seguendo le azioni e con gli occhi (in merito alla Enfield visto che Wallace usa la prima persona in quel caso) dei due personaggi che svettano tra le moltitudine di diversi caratteri e di storie: Hal Incandenza e Don Gately. Hal (che già dal nome sembra un omaggio a 2001: Odissea Nello Spazio, il cui HAL9000 era di conseguenza un rimando alla IBM... la I, la B e la M sono le lettere immediatamente successive a quelle che compongono il nome HAL) non è solo uno dei migliori esponenti del tennis nordamericano e non è coccolato e rispettato da tutti esclusivamente per meriti personali: è il figlio del fondatore dell'ETA, tale Lui in Persona, ovvero James O. Incandenza.

Quest'ultimo è un personaggio davvero strambo: sposato con una québechiana, madre severa e affettuosa al contempo e donna fascinosa (che ricorda curiosamente nelle descrizioni la moglie cattolica dello Svedese ebreo di Pastorale Americana di Philip Roth), Lui in Persona più che essere il direttore di un'istituzione sportiva importante è in realtà un intellettuale cinematografico. Proprio così: è un regista di film d'ultra-avanguardia girati per supporti analogici avanzati (nel tempo di Infinite Jest, qualunque esso sia, i film, i videogiochi, le videochiamate vengono fatte tramite un device chiamato Teleputer, il TP, che funziona a cartucce e che secondo le descrizioni che se ne fanno per tutto il libro sembra una specie di Super Nintendo con schermo o ologramma incorporato... incredibile come nel 1996, quando i CD digitali erano una realtà, anche se Wallace ha impiegato 4 anni a scrivere ergo aveva in mente la tecnologia dei primi anni '90, all'alba del web 1.0 non si intravedessero i passi che il digitale avrebbe fatto negli anni a venire... l'effetto oggi sa tanto di fantascienza avveniristica tecnologicamente obsoleta, un po' quando rivediamo il futuro di Blade Runner col senno dei nostri tempi) e che si rifanno alle lezioni di André Bazin e della Nouvelle Vague.

In una delle note a fondo del libro, Wallace ci offre l'intera filmografia di J.O. Incandenza, pagine e pagine di trame e dettagli su cast e produzione. E qui esce il cinematografaro che è in me, come già accennavo a inizio articolo. Una delle cose più sorprendenti di questo libro è nelle continue citazioni cinematografiche. Addirittura si dice che Wallace volesse come copertina di Infinite Jest una splendida foto d'epoca che ritrae Fritz Lang mentre dà ordine ad un esercito di comparse per una delle numerose e visivamente devastanti scene di massa di Metropolis. Non solo, nel testo viene citato più volte non solo Bazin ma anche, udite udite, Robert Bresson.

Ora devo fare una piccola parentesi sulle mie esperienze in America, dove sono stato un paio di volte abbondanti, soprattutto quando mi trovavo a UCLA (Università of California Los Angeles) e m'infilai in uno dei corsi di Cinema di una delle facoltà di Performing Arts più illustri al mondo. Ho parlato con dozzine di ragazzi e anche di docenti di Storia del Cinema o di Critica Cinematografica con cui ho sempre avuto grande difficoltà nel trattare i film d'autore europei della Settima Arte che fu. Giuro di non essere mai riuscito a parlare di Bresson con un americano, così come di Dreyer o come delle avanguardie sovietiche. Tante volte gli americani non sapevano dirmi nulla di Freaks di Tod Browning, proprio uno dei capolavori intoccabili e anche piuttosto brevi della loro cinematografia. Il massimo della cultura filmica che sono riuscito a raggiungere riguardava Fellini e Bergman, ma mai dalla bocca di un americano ho mai sentito uscire il nome di Bresson, che detto tra noi è senza dubbio sul podio degli autori che più mi hanno influenzato nel mio modo di intendere il Cinema. Chissà se al buon Robert sarebbe piaciuto Infinite Jest: secondo me sì.

Tornando a Lui in Persona (Mr. Incandenza, che tanti vuoti e complessi ha lasciato a moglie e figli) e alla sua filmografia ci sono dei buchi. Buchi che rappresentano la trama del libro stesso. Buchi che hanno un titolo in comune: Infinite Jest (1) (2) (3) fino al 5, se ben mi ricordo. Dovrebbero essere delle lavorazioni andate perdute di un fatidico progetto avvolto nel mistero e che forse sono alla base del suicidio del regista (che come già accennato infila la testa dentro il forno a micro-onde di casa). Incandenza avrebbe girato un film in grado di dare una dipendenza letale: qualsiasi persona si trovi a guardare Infinite Jest non lascia lo schermo neanche per un secondo, continua a riavvolgere la cartuccia senza mai staccare gli occhi dal video, non mangia, beve o dorme più e infine muore di disidratazione e inedia.

Lo chiamano l'Intrattenimento o talvolta, soprattutto i terroristi québechiani, il "samizdat". Già perché la vera storia di cui ci vuole far consapevoli (più ancora che raccontare, visto che lo sviluppo della trama quasi non esiste) David Foster Wallace è esattamente la seguente: tutti sono alla ricerca spasmodica della cartuccia introvabile dell'Intrattenimento, soprattutto i terroristi québechiani che vorrebbero diffonderlo su larga scala, soprattutto quelli più facinorosi e sicuri di voler far saltare in aria l'ONAN raccolti in un'organizzazione che prende il nome di "Les Assassins en Fauteuils Roulants", ovvero gli assassini sulle sedie a rotelle, di cui uno di nome Remy Marathe collabora a Tucson con uno strano agente segreto statunitense che prende il nome di Hugh Steeply, che si presenta come "agente dei servizi non specificati" e ha le sembianze di un transessuale (vestito con abiti femminili) per quanto non lo sia davvero.

È il personaggio che in assoluto mi ha incuriosito di più di questo libro e ricorda molto vagamente l'agente dell'FBI impersonato da David Duchovny in Twin Peaks. È un personaggio che sembra davvero centrale per buona parte del libro fino a poco più della metà (diciamo pagina 750), dopodiché scompare del tutto; per quanto sia fermamente statunitense e dunque in teoria favorevole all'ONAN non si capisce mai perché collabori col violento e astioso Marathe. Incontriamo i due per più capitoli ambientati nelle radure aride di Tucson (Arizona) mentre parlano di principi e ideologie separatiste. In particolare c'è un capitolo particolarmente significativo e che da solo dà un'interpretazione importante dell'opera di Wallace.

Marathe incalza Steeply sul senso dell'educazione anche alimentare in un paese come gli Stati Uniti in cui volendo un bambino potrebbe continuare a mangiare caramelle dolci senza nutrirsi in modo corretto. Che padre sarebbe colui che lascia mangiare le caramelle a suo figlio senza sgridarlo, un uomo per cui non esisterebbe nulla per cui sacrificare la vita? Si chiede il québechiano e sono le domande che Wallace deve essersi posto un sacco di volte, nella sua prigionia intellettuale, nel suo dolore di essere umanista e intellettuale di un paese che premia la perseveranza e la libertà anche di consumare all'infinito e farsi del male. Non c'è più un'educazione, non c'è una via, un filo sano che collega il passato da conservare ad un futuro fatto di progresso umano. Tutto è materia, tutto è vistoso e visibile, tutto è consumabile, anche la vita.

Vita che se non ce la fai sei costretto a consumare tra le mura della Ennet House, dove impiegate dal passato doloroso accolgono uomini ai margini anche delle loro stesse vite, vittime di sostanze e di reazioni all'orrore quotidiano che li porta a compiere atti distruttivi: che sia rubare una borsetta ad una donna, dentro la quale non ci sono soldi bensì un cuore per un trapianto ergo provocando la morte della stessa donna (senza dubbio uno dei passaggi più grotteschi dell'opera), oppure girovagare attorno alla Ennet in cerca di gatti da mettere in sacchi di plastica per soffocarli... talvolta può andar male e allora si deve far affidamento a personaggi burberi, in passato violenti in quanto vittime di violenza fin dalla tenera età e che corrispondono al secondo grande personaggio principale di questo libro: Don Gately, un ex tossico di origine estone, massiccio e inquietante, che si è convertito al bene grazie alla spinta di sponsor e gruppi di sostegno all'interno della Ennet. A volte pulisce per terra i bagni, altre volte aiuta nella gestione delle pratiche della struttura. In pratica un punto di riferimento per tutti i disperati in cerca di redenzione. La sua è una vicenda cristologica, dove il bene e il male convivono alla ricerca di un sollievo che non preveda sostanze e palliativi.

Soprattutto la linea di Gately, ma talvolta anche quella di Hal quando fa uso di sostanze oppure quelle dei fratelli Mario Incandenza (documentarista invalido fisicamente) e Orin Incandenza (un ex tennista riciclato come punter nel football americano, che dopo un'intervista si avvicina ambiguamente alle istanze dei québechiani), è caratterizzata da uno stile di scrittura che contraddistingue pesantemente l'opera. La fatica a macinare pagine è tanta perché Infinite Jest è scritto a mattone, ovvero con pochissimi accapo quando ve ne sono in un flusso di coscienza continuo che si fa beffe della sintassi di una frase. Spesse volte Wallace apre un discorso in un modo o lo termina in un altro e questo ha a che vedere anche con il contenuto delle frasi stesse. Che spesso diventano lunghissime arrivando quasi a soffocare il lettore.

Infinite Jest sembra scritto di getto, talvolta senza punteggiature, e c'è da dire che questa claustrofobia letteraria riesce perfettamente a coincidere con lo stato d'animo spesse volte alterato, frustrato e disperato dei personaggi. Sembra che Wallace usi la sua dislessia o talvolta la sua logorrea ostentata per sottolineare l'atmosfera tossica dei racconti che si susseguono, nonché l'assuefazione tremenda dei personaggi ripresi soprattutto nei momenti di astinenza dalle sostanze.

In questo caso sarebbe stato opportuno leggere Infinite Jest in lingua originale, cosa che non accadrà mai per evidenti ragioni: l'autore stesso, più volte interpellato, era fermamente contrario alle traduzioni e in generale al lavoro di quelli come Edoardo Nesi. Si sentiva uno scrittore americano in tutto e per tutto e non c'è citazione di Bresson che tenga. Il suo Infinite Jest esiste solo in inglese e in quello slang, che immagino possa essere molto onomatopeico riuscendo forse a mitigare lo stress di una sfilza continua ed enciclopedica di sigle di sostanze psicotrope che in special modo ad inizio lettura letteralmente aggredisce il lettore.

Sicuramente Wallace non si è mai autocensurato né limitato a esprimere se stesso e il suo mondo autoreferenziale. Non si è mai fatto esami di coscienza nei confronti del lettore, mettere in dubbio la sua onestà linguistica e intellettuale. Wallace esprime se stesso senza vincoli ed è incredibile che uno che riesce a farsi leggere da una massa così rilevante di persone poi finisca per impiccarsi in pieno successo e fama.

Persone che forse Infinite Jest non l'hanno letto tutto. Perché una delle sorprese alla fine del libro, quando più o meno si ha una percezione netta delle 1300 pagine passate, è constatare che non solo la magra narrazione non lineare in realtà cronologicamente termina al primo capitolo (e ci si sente un po' presi in giro), ma in definitiva questo grosso tomo, tenendo ben presente l'assunto di base che ho appena finito di riportare brevemente in questo articolo, può essere letto partendo da qualsiasi posizione della narrazione principale o anche volendo degli errata corrige. In realtà non è fondamentale leggerlo dall'inizio alla fine come ho fatto io e (tanti? pochi?) altri.

Infinite Jest è una raccolta di scorie letterarie da mondo post-industriale post-moderno. Uno degli esempi più unici e forse proprio per questo affascinanti di libro oggetto e di universo letterario imperfetto. Una materia letteraria irregolare uscita nel '96 (e probabilmente letto in quegli anni, quando ero appena tredicenne, doveva risultare ancora più straniante ed evocativo, sicuramente un'esperienza molto diversa di quella che è stata per me nel 2018) e che rappresenta un'avanguardia assoluta di arte contemporanea applicata alla Letteratura.

Probabilmente Wallace voleva questo e questo è stato. Wallace di cui, ammetto, non leggerò più altro che non sia qualche estratto da questa lunga epopea. In definitiva è stato un viaggio di cui parlerò e che mi ha lasciato sensazioni vivide, ma davvero tanto, troppo stancante.

La Letteratura è anche questo ed è anche giusto così. Non amo Infinite Jest e il suo autore, ma sono felice che esista in tutta la sua imperdonabile disonestà.


VP

lunedì 23 luglio 2018

Unsane (2018) by Steven Soderbergh


Unsane (2018)
di Steven Soderbergh

Joshua Leonard (David Strine)
Claire Foy (Sawyer Valentini)
Sarah Stiles (Jill)
Marc Kudisch (bank manager)
Amy Irving (Angela Valentini)
Colin Woodell (Mark)
Myra Lucretia Taylor (counselor)
Lynda Mauze (Dolores)


E anche l'ultimo tabù è finalmente sfatato: girare un film, si intende uno per il theatrical con produzione di tutto rispetto, con un cellulare è possibile. Lo dimostra Steven Soderbergh, che tante volte se ne esce con qualche esperimento non tanto brillante come ad esempio Full Frontal (2002) in cui mette a prova le sue abilità di innovatore, quando in realtà il regista di Atlanta darebbe il meglio di sé come mestierante della vecchia scuola d'intrattenimento hollywoodiana (Ocean's Eleven).

Per mettere in scena le capacità poliedriche dell'iPhone, che alla fine è il vero protagonista del film tanto che durante la visione continuamente ci si immagina l'utilizzo del mezzo, le lenti, i cavalletti, i dolly semplificati e i carrelli fluidi, la fotografia a risoluzione chiaramente minore rispetto a ogni RED o negativo digitale che dir si voglia, rispolvera la storia più vecchia del mondo della perdita di identità. O meglio, la protagonista non dimentica se stessa o le proprie generalità, quanto si affida volontariamente ad una casa di cura che a quanto pare trattiene gli ospiti forzatamente e più del dovuto per incassare i soldi dalle assicurazioni. Dietro in realtà c'è una vicenda di passione, ossessione e stalking.

Una roba simile ad un thrilleraccio onesto degli anni '90 gotici alla Jonathan Demme, piattaforma per il regista di virtuosismi tecnici con il prezioso melafonino a portata di tutti quelli che possono spendere almeno mille dollari, che si fa beffe di app e anche di Tinder, quindi riflettendo sul rapporto uomo aspirante trombeur de femme e donna in carriera senza scrupoli né l'ombra di un sorriso che ossessiona il libero mondo odierno.

Dall'inizio della mattanza in manicomio, tra pasticche, sedativi e rapporti problematici con gli altri pazienti, il film finisce per somigliare nella sua perpetua ricerca di inquietudine a The Ward di Carpenter, che nella sua natura minore rispetto alla filmografia di un autore decisamente più rilevante di Soderbergh, se ne fregava degli artifizi tecnici e dei giochi sperimentali. Divertiva e basta... Unsane è una semplice prova tecnica e come tale va preso.


VP

mercoledì 11 luglio 2018

Il Sacrificio Del Cervo Sacro (2017) by Yorgos Lanthimos


A Killing Of a Sacred Deer (2017)
di Yorgos Lanthimos

Colin Farrell (Steven Murphy)
Barry Keoghan (Martin)
Nicole Kidman (Anna Murphy)
Alicia Silverstone (Martin's mother)
Sunny Suljic (Bob Murphy)
Raffey Cassidy (Kim Murphy)
Denise Dal Vera (Mary Williams)
Bill Camp (Matthew Williams)


Come prendere una storia ordinaria ai confini del soprannaturale e farne un grande esemplare di messa in scena. Un cuore aperto pulsante in camera operatoria è l'incipit, l'incontro tra il chirurgo e un suo strano potenziale allievo, ancora liceale, è l'inizio dello sviluppo. A casa moglie e due figli, dopo essere stati a contatto con il carattere espansivo e curioso del ragazzo, iniziano insieme un percorso di malattia che porta alla paralisi delle gambe e all'arrossamento degli occhi fino alla lacrimazione di sangue. La medicina non si dà una spiegazione... è il ragazzo a farsi avanti con una proposta ricattatoria che qualora non venisse accettata dal medico porterebbe alla morte dell'intera famiglia.

Sembra un Rosemary's Baby che incontra un horror degli anni '70 di William Friedkin: girato benissimo da un autore che sa dove mettere la macchina da presa, capace di instillare tensione anche dall'inquadratura più elementare, con un uso dell'elemento musicale pregevole e contraddittorio con le immagini; sfrutta nel vero senso della parola un cast ricco e perfetto che accompagna lo spettatore verso una discesa nel malessere che può arrestarsi solo grazie al sacrificio di uno. Nicole Kidman e Colin Farrell ci mettono introspezione e corpo, Alice Silverstone è nel suo ruolo più malato e che finalmente rimarrà al netto della sua breve presenza, così come i giovanissimi interpreti formano un tris completo e bilanciato in grado di scatenare il più ampio ventaglio di sensazioni sinistre nel pubblico.

Il regista greco, tra i più quotati ad Hollywood del fronte europeo (dopo The Lobster, 2015, sempre con Farrell), dà all'industria statunitense una lezione di regia, di come creare la tensione quasi dal nulla, scavando nei timori non esplicitamente espressi e nel male inconscio di ogni elemento dell'opera. Come per l'appunto i Polanski e i Friedkin di quattro decenni fa; un cinema ricco nella sua capacità di sintesi, che non sbava mai e non si lascia andare al superfluo, con una scrittura serrata e vertiginosa, che non ha mai stancato e che troppe poche volte è stato riproposto soprattutto negli ultimi tempi.

D'altronde essere veri autori non è di tutti.

In Italia uscito in questa settimane disgraziate, con 8 mesi di ritardo rispetto agli USA: ancora una volta un "plauso" ai distributori.


VP

martedì 10 luglio 2018

La Prima Notte Del Giudizio (2018) by Gerard McMurray


The Fist Purge (2018)
di Gerard McMurray

Y'lan Noel (Dmitri)
Lex Scott Davis (Nya)
Joivan Wade (Isaiah)
Mugga (Dolores)
Luna Lauren Velez (Luisa)
Kristen Solis (Selina)
Rotimi Paul (Skeletor)
Mo McRae (7 & 7)


Il prequel dell'ottima saga della Purga firmata James De Monaco, che rinverdisce i fasti dell'action orrorifico a sfondo socio-politico di carpentieriana memoria in modo sano e godibile, ha una firma e un taglio tutto all black: Gerard McMurray porta la dinamica più veritiera di quanto possa sembrare della purga annuale, per combattere crimine e sovrappopolazione da parte di una terza forza politica vagamente nazi-borghese altra rispetto ai tradizionali conservatori e democratici, nei bassifondi di Staten Island, dove comunità nere e ispaniche vengono usate come cavie per la prima attuazione dell'esperimento in un luogo chiuso in cui le persone sono incentivate a restare (sfogandosi e/o rischiando la vita per la modica cifra di 5.000 dollari più bonus qualora la partecipazione all'evento fosse attiva e documentata da lenti a contatto fosforescenti dotate di telecamera): molti, i più solidali e contrari, portafoglio permettendo, al nuovo corso politico americano, si rinchiudono in Chiesa oppure si danno alla pazza gioia nei party a tema, incuranti di una possibile strage impunita ad ogni minuto della notte.

Strage che incredibilmente tarda ad arrivare: una psicologa collaboratrice del governo si chiede il perché morale di questa remissione e anche il motivo per il quale molti dei crimini vengano effettuati con maschere al viso come se si trattasse di una notte legalmente ordinaria. Il governo dei cosiddetti Padri Fondatori se la vede brutta: le poche morti equivalgono al fallimento della sperimentazione, alle tasse non sforbiciate come il sistema capitalista vorrebbe e alla persistenza di una crisi dei sub prime ancora peggiore di quella del 2008. A mali estremi, estremi rimedi: ecco pronte le squadrone della morte mercenarie anche dall'est Europa, come se già le gang afroamericane e i tossici scheletrici incazzati col mondo intero non fossero abbastanza.

Insieme al secondo capitolo della serie è il meno forte a livello di contenuti e anche a livello di malizia ideologica del racconto. È probabilmente invece uno dei più sentiti, anche dal punto di vista razziale, e gli si possono perdonare buchi di scrittura abbastanza evidenti e contraddizioni del comportamento dei personaggi principali.

La cronaca vera del mondo occidentale in crisi sostiene la forza di un brand che dopo il suo culmine di 2 anni fa (il meraviglioso Election Year di DeMonaco) continua a imporsi come il prodotto brillante di una tradizione cinematografica americana e non solo che fino alla sua prima apparizione low budget del 2013 era sepolta sotto uno stuolo di prodotti di genere assolutamente fini a se stessi. Uscito in America il 4 luglio: commercialmente astuto.


VP