Per chi ama la letteratura, scrivere racconti, essere cittadini del mondo e riflettere sulla Settima Arte

lunedì 16 aprile 2018

Ready Player One (2018) by Steven Spielberg


Ready Player One (2018)
di Steven Spielberg

Tye Sheridan (Parzival / Wade)
Olivia Cooke (Art3mis / Samantha)
Ben Mendelsohn (Sorrento)
Lena Waithe (Aech / Helen)
T.J. Miller (I-R0k)
Simon Pegg (Ogden Morrow)
Mark Rylance (Anorak / Halliday)
Philip Zhao (Sho)


Nel 2045 la gran parte della popolazione mondiale vive in un tecnologico inferno di rottami e case accatastate da cui si evade solo con un visore VR e tanti tokens accumulati nella realtà virtuale: si chiama Oasis ed è una Pandora infinita che lascia campo a ogni immaginazione, tra scalate dell'Everest con Batman e corse automobilistiche con King Kong ad impedirne il traguardo. L'avatar ha a disposizione ogni modello della cultura pop del XX secolo e l'effetto vintage è sempre dietro l'angolo: look da Simon LeBon, discoteche del sabato sera e intrusioni sui set dei film celebri, come l'Overlook Hotel, quello vero, cioè l'unica parte davvero impressionante del film (un po' come in Atomica Bionda quando si entrava nella sala di Alexanderplatz dove in proiezione c'era Tarkovskij), per trovare una delle tre chiavi disseminate dal creatore di Oasis (che intanto è morto) come Easter Egg per diventare i grandi magnati della galassia. Biblioteche di ricordi con maggiordomi britannici che scandagliano ogni passo del vissuto del Zuckerberg che verrà, quello che ancor di più riesce a portare il virtuale ad estensione del reale, solo che la realtà è, per l'appunto, "reale" e il buon senso è abbracciare sicuramente le nuove tecnologie ma anche mettere qualche paletto per non dimenticare di abbracciarsi nella realtà. Che è reale.

Insomma è la retorica progressista di Spielberg, mai come in questo caso in grande spolvero. Edulcorata ed edulcorante in un universo fracassone e didascalico, in cui il feticismo citazionista (mode, videogiochi, personaggi soprattutto targati Dreamworks) è l'unità di misura del fascino di una fantascienza post-umanista che va di pari passo con lo sviluppo tecnologico iperbolico di questi decenni. Il calore di E.T. e degli incontri del terzo tipo non si sente più: è tutto freddo ed etereo, semi-distopico ma anche divertito per il ludo di bimbi e pre-adolescenti con smartphone rigorosamente in mano.

Per un amante della fantascienza, uno che ha voluto bene ad Arthur Clarke, Asimov e Frank Herbert, è tutto noioso: se il mondo raffigurato è aperto ad ogni parto dell'immaginazione, senza un'architettura precisa, dei paletti, degli infissi narrativi, allora il risultato non può che risultare dispersivo. È come Avatar, che quantomeno ricreava un proprio universo autoreferenziale scollegato da ogni nostalgia per Atari 2600 e celebrazioni spiattellate nel modo meno intrigante possibile dei tempi dell'analogico.

Ma forse è l'atteggiamento passatista di un romantico isolato (il film incassa bene), che preferirebbe che Spielberg continuasse con il suo lavoro neoclassico sulla Storia e sull'inchiesta della Storia (Lincoln, Il Ponte Delle Spie, The Post), che è ciò che gli viene meglio anche grazie alle sue diciamo infinite possibilità produttive... e lasciasse ai registi dell'oggi, che forse è il domani, la possibilità di raccontare il 3000 e gli altri mondi.

Non ci si aspettava 2001, odissea di quel '68 che parafrasando Antonello Venditti era "ancora lungo da venire e troppo breve da dimenticare", però...


VP

sabato 14 aprile 2018

Love (2015) by Gaspar Noé

Torna dopo tempo immemore un post della rubrica CULT, con un film che ha fatto discutere negli ultimi anni. Un regista ardito e ambizioso, nato in Argentina e consacratosi in Francia tra red carpet festivalieri e dibattiti extra-visione, che insieme ad Ulrich Seidl, Yorgos Lanthimos e altri ha rappresentato nel bene e nel male l'avanguardia della provocazione nel Cinema di questi anni '10 del XXI secolo.

Ecco a voi la recensione della sua opera più discussa (considerata un capolavoro da Positif e una bufala da Cahiers Du Cinéma), dedicato al caro Nicola, ché me l'ha richiesta tanti mesi or sono.


Love (2015)
di Gaspar Noé

Aomi Muyock (Electra)
Karl Glusman (Murphy)
Klara Kristin (Omi)
Ugo Fox (Gaspar)
Juan Saavedra (Julio)
Gaspar Noé (Noe as Aron Pages)
Isabelle Nicou (Nora)
Benoît Debie (Yuyo)


Il sesso è un punto di incontro e uno sfogo delle paure e delle incertezze. Un americano a Parigi è il deus ex machina della sessualità maschile, un cazzo che in quanto tale non pensa, e che da una giornata al parco a discutere di Cinema con una sconosciuta (che non conosce Kubrick e 2001) si ritrova a letto con quest'ultima, al principio di una relazione frammentaria e malata, fatta di ricordi, di immagini patinate di feste e di lenzuola rosse, pose contorte e pensieri sparati come sperma sulla telecamera e sul soffitto vuoto. Ma tutto cambia quando entra l'altra e l'altra è una ragazza della porta accanto, spoglia di moralismo che non sia un misto di vegan e new age: biondina candida e global, nemesi della mora tossica, maledetta e passionale. Personaggio apollineo da cui nasce il figlio del domani, la responsabilità procrastinata dalle droghe e dalle emozioni piatte che però si ritroverà lì, sullo stipite della porta del bagno ed entrerà nella vasca, covo delle ossessioni del passato e dell'incertezza, quella sì davvero vertiginosa e sorda, del futuro.

Gaspar Noé è quello di Irréversible, che nel 2002 portò a Cannes lo stupro di Monica Bellucci. Regista cinefilo che si ferma alla superficie delle cose, che cade inesorabilmente quando sopravvaluta se stesso e si addentra nei meandri delle acque profonde che gli sono precluse. Love è quasi una versione europea di The Doom Generation, un Gregg Araki individualista, anti-comunitario e assolutamente autoreferenziale (una tridimensionalità scenicamente inutile tanto da essere invadente eppure irrinunciabile come metalinguaggio) che celebra la morte del ruolo sociale nell'intimo dei personaggi: macchia lo schermo di superfici gialle e contrastate incartandosi nelle ossessioni maschili adolescenziali e post-adolescenziali legate al piacere e all'estasi. Tutto il contrario della realtà, tutto estetica e una volta tanto nella filmografia del regista la presa di coscienza che non ci possa essere nulla di più ambizioso di ciò.

Il film in questo senso si carica di un immaginario potente e funziona proprio per le superfici percorse. Non c'è nulla oltre il piatto.


VP

venerdì 13 aprile 2018

Romance (1999) by Catherine Breillat


Romance (1999)
di Catherine Breillat

Caroline Ducey (Marie)
Sagamore Stévenin (Paul)
François Berléand (Robert)
Rocco Siffredi (Paolo)
Reza Habouhossein (man on stairs)
Ashley Wanninger (Ashley)
Emma Colberti (Charlotte)
Fabien de Jomaron (Claude)


Gli uomini possono essere vanitosi e cerebrali come un fidanzato che fa il modello su improbabili set di corride salvo poi rinchiudersi nel sonno stanco in tane asettiche laccate di bianco oppure dei veri tori come un italiano (l'eccellenza del fallico) che ti rimorchia in un pub e vuole subito andare al sodo (e prima o poi ci arriverà). Oppure possono scatenare la violenza infernale sulle scale della propria abitazione oppure ancora avere la calma serafica di un vecchio feticista che spazia tra la tenerezza protettiva e la voglia profonda di limitare le libertà di movimento. Una donna che insegna ai bambini a scuola imparerà come sono fatti gli uomini e forse come è fatta se stessa. Come sarà il figlio che nascerà e come trasformarsi in una femminista vendicativa in questo mondo dove dalla cinta in su i medici controllano il feto mentre dall'altro lato del muro uomini mascherati si alternano per penetrare una vagina spalancata davanti alle (in)coscienze di tutti.

Eros d'autore come se ne faceva negli anni '70 della combattiva Breillat, che viene proprio da quegli anni, e che all'alba del mondo globalizzato traccia un ritratto di donna sfuggente e delicato dove l'imbarazzo della sessualità e dei desideri trova casa in un ricettacolo di ossessioni rigorosamente femminili che portano alla catarsi finale. La vita e il sesso come uno scoppio, rivendicazioni covate nelle esperienze sempre incomplete e che non potranno che essere la base della vita del figlio (maschio) del futuro.

Un film che alla fine degli anni '90 parla della fine (e dell'inizio) di un qualcosa... la regista, insieme alla protagonista, è pienamente consapevole dei propri buchi interiori e non solo.


VP

giovedì 12 aprile 2018

Tabu (2012) by Miguel Gomes


Tabu (2012)
di Miguel Gomes

Telmo Churro (intrepid explorer)
Miguel Gomes (narrator)
Hortêncílio Aquina (porter)
Américo Mota (porter)
Valentim Hortêncílio (porter)
Artur Januário (porter)
Mariana Ricardo (explorer's wife / Aurora's friend)
Teresa Madruga (Pilar)


Una signora di 60 anni combattiva e disillusa e un'anziana vicina di casa ormai da accudire nel Paradiso Perduto di una Lisbona odierna dove giovani polacche in trasferta fanno un po' come pare loro e tutto sembra così dispersivo e impersonale. L'umanità risiede nelle coscienze di una terza donna, di colore, chiamata "negra" dall'anziana, che al punto di morte ha una storia dentro di sé. Una storia che viene fuori e che parla di amore e passione nell'Africa coloniale: un feuilleton che prende gli spazi e i ritmi del cinema pre-anni '30 (anche se siamo negli anni '60), con esploratori bianchi guidati dalla rapacità e dall'istinto della seduzione e tribù locali che prima di organizzarsi nella grande e violenta rivolta curano gli spiriti e le anime. Solo così si accede al Paradiso, quello vero, dove il dramma della vita si colora delle sfumature del fascino.

Opera di uno dei più promettenti e giovani (classe 1972) cineasti portoghesi del dopo De Oliveira, che in questo caso porta la sperimentazione degli stilemi del muto ad un livello superiore rispetto al celebrato The Artist, arrivando non solo a riprodurre il tecnicismo e gli archetipi narrativi, descrittivi e di linguaggio di quel preciso periodo storico, ma riesce, soprattutto nella seconda parte, totalmente immersa in un melodramma da romanzo ottocentesco d'appendice di grande impatto estetico ed emotivo, a riprodurre perfettamente il misto di stupore ed esotismo paesaggistico che era elemento cardine (e mai così ben riproposto) del Cinema dagli albori fino agli anni '30 di Morocco di von Sternberg.

È chiaro che il gioco si ferma alla superficie delle cose e rischia di cadere ogniqualvolta il regista tenta voli pindarici (l'attesa della morte, la riflessione sul ricordo), ma tutto sommato Gomes riesce a fermarsi in tempo, focalizzandosi sull'estetica e sul confronto possibile con il Tabu del '31, quello del duo Murnau / Flaherty che fu uno degli esempi più imperfetti, incompleti e affascinanti di collaborazione artistica, anche se in quel caso lo sfondo era di Bora Bora e il rapporto con l'etnocentrismo tribale aveva risvolti meno metafisici.

In ogni caso un prodotto artistico esemplare di questi anni '10 del XXI secolo.


VP

sabato 3 marzo 2018

Il Filo Nascosto (2017) by Paul Thomas Anderson


Phantom Thread (2017)
di Paul Thomas Anderson

Daniel Day-Lewis (Reynolds Woodcock)
Vicky Krieps (Alma)
Lesley Manville (Cyril)
Sue Clark (Biddy)
Joan Brown (Nana)
Harriet Leitch (Pippa)
Dinah Nicholson (Elsa)
Julie Duck (Irma)


La cura e l'inflessibile meticolosità sono il segreto del successo di un austero stilista inglese, uno per cui tutte le donne vanno in visibilio per l'ineccepibile qualità dei materiali e delle forme, tanto da desiderare persino di esserne sepolte con le sue creazioni. Un uomo severo, costante, dominato dall'aplomb inglese, attento a ogni rumore e alla grazia delle posate lasciate con cura sul piatto, dedito senza soste al lavoro e ai particolari che fanno la differenza. Ma la vita è un'altra cosa, è fatta di sorrisi, di imprecisioni e di una bellezza colta nel meno nobile degli ambienti: una fuga in campagna, un rifornimento alla pompa di benzina e poi una colazione abbondante servita da un'immigrata che ha i lineamenti e anche pancetta perfetta per esaltare l'estro del maestro, che prende immediatamente le misure insieme all'arcigna sorella, titolare dell'atelier insieme a lui. Nasce la storia d'amore e ossessione fatta di abiti per VIP, reali belghe e funghi velenosi, cotti e serviti appositamente per tornare ad una dimensione inerme e mansueta, prima del gran ritorno alla ribalta, alla forza fisica e al benessere.

Il mondo della moda, insieme alla filosofia, è uno dei temi più difficili da portare sul grande schermo. Paul Thomas Anderson (classe 1970) lo fa in grande stile, con un film elegantissimo, pallido e caldo come la luce filtrata dalle finestre di un'Inghilterra del dopoguerra laboriosa e lucida. La cosa incredibile di tutti i film del regista californiano è nella gestione dei tempi del racconto, nelle punte emotive dominate da una tensione dei rapporti umani (e in questo caso evidenziate dai rintocchi superbi della colonna sonora firmata Jonny Greenwood) che cadono con precisa puntualità. Racconto che ha una forma sempre molto allungata; tende a sfilacciarsi nei finali un po' troppo tirati che sforano la forma ormai sempre più compatta della materia filmica hollywoodiana. La cifra e la metrica dell'autore è riconoscibile dal suo primo film.

Ma se le opere maggiori si lasciavano trascinare anche e soprattutto dall'epica dei periodi storici, catturati con precisione, e che esaltavano il rapporto ambiguo del regista con la genesi (la corsa all'oro nero de Il Petroliere, There Will Be Blood), lo sviluppo (la pornografia degli anni '70 in Boogie Nights) e le degenerazioni spirituali (il Ron Hubbard di The Master) del capitalismo statunitense, stavolta la società britannica è sfondo di un melodramma cerebrale d'altri tempi che isola i personaggi nelle proprie ossessioni come un Bergman d'annata, offrendo agli interpreti la piattaforma necessaria per prove maiuscole in grado perfino di oscurare la profondità e la grazia patologica della pellicola stessa.


VP