Per chi ama la letteratura, scrivere racconti, essere cittadini del mondo e riflettere sulla Settima Arte

domenica 17 dicembre 2017

Star Wars - Gli Ultimi Jedi (2017) by Rian Johnson


Star Wars - The Last Jedi (2017)
di Rian Johnson

Mark Hamill (Luke Skywalker / Dobbu Scay)
Carrie Fisher (Leia Organa)
Adam Driver (Kylo Ren)
Daisy Ridley (Rey)
John Boyega (Finn)
Oscar Isaac (Poe Dameron)
Andy Serkis (Snoke)
Lupita Nyong'o (Maz Kanata)


La flotta imperiale attacca il pianeta ribelle, i ribelli fuggono tra battute e scoppi a gogo. L'unica speranza è nell'ultimo Jedi, ovvero Luke Skywalker, che in un altro pianeta ancora dove vengono custoditi i testi sacri dello jedismo, tra esseri femminili, custodi degli scritti da secoli nonché casalinghe, e animaletti con gli stessi occhi da "cani bastonati" del Gatto Con gli Stivali di Shrek e che inevitabilmente faranno breccia nella sensibilità di Chewbacca che voleva farsene uno arrosto, sarà in grado di iniziare l'eroina dall'accento British Rey al lato buono della forza. Il contraltare è chiaramente Kylo Ren ovvero il figlio di Han Solo che uccise il papà ne Il Risveglio Della Forza. Lo scontro finale, con i ribelli sotto la guida della Principessa Leila all'ultima apparizione inevitabile (data la morte degli ultimi mesi di Carrie Fisher), computer graphic permettendo, è un tripudio di AT-AT imperiali e sale da neve color sangue che darà il timbro estetico dell'ultima grandiosa sequenza.

Che è l'unica cosa davvero bella (insieme forse alla città-stato con il Casino stile Macau, popolato di arricchiti dalle vendite di armi alle forze imperiali) di un film scritto male, diretto peggio, senza alcun senso della spiritualità pop (vera prerogativa anche degli Star Wars meno gloriosi della seconda trilogia degli anni '00) né della profondità dei caratteri che ad esempio in The Empire Strikes Back (1980) avevano un respiro totale pur nel loro ruolo archetipico e dipendente dalle costruzioni campbelliane. Il viaggio dell'eroe è noioso, così come noiosa è la trama produttiva portante che la Disney ha in mente dopo l'acquisizione del brand: altri film per altre trilogie e anche degli spin-off che dopo l'ottimo (e tanto criticato dai fans irriducibili per qualche piccolo tradimento formale) Rogue One risultano sulla carta di gran lunga più interessanti dei prodotti considerati principe.

Cosa ci faccia Laura Dern, a parte guadagnarsi lo stipendio, in una roba del genere è un mistero: zio David, salva la tua Diva dal lato oscuro del denaro!

Appuntamento al prossimo anno per quello su Han Solo (diretto da Ron Howard), la cui idea di base tiene accesa la fiammella della forza (la nostra), che dopo questo seguito di un mediocre Rian Johnson (reduce da Breaking Bad) è sempre più rinchiusa in una cappa di noia.


VP

venerdì 1 dicembre 2017

Happy End (2017) by Michael Haneke


Happy End (2017)
di Michael Haneke

Isabelle Huppert (Anne Laurent)
Jean-Louis Trintignant (Georges Laurent)
Mathieu Kassovitz (Thomas Laurent)
Fantine Harduin (Eve Laurent)
Franz Rogowski (Pierre Laurent)
Laura Verlinden (Anaïs)
Aurélia Petit (Nathalie)
Toby Jones (Lawrence Bradshaw)


Una fotocamera del cellulare e un social network tipo Snapchat: la cronaca di un momento di intimità di una madre, con commenti a nuvoletta e qualche risentimento. Stessa fotocamera, stesso cellulare: un roditore mangia... i medicinali della madre, che nel frattempo viene ricoverata per ingestione di anti-malarici. La regista di questi shot è una pre-adolescente con gli occhi freddi da fata spietata: non si sa quanto ci sia del suo nell'avvelenamento del genitore, fatto sta che durante il ricovero viene temporaneamente spedita a Calais dal padre, che nel frattempo si è rifatto una compagna e vive a stretto contatto con tutti i familiari. Nessuno sembra avere una sincera empatia con lei, né la rampante Anne che tiene le fila del business edile della famiglia, né il figlio della stessa che prende pugni e sbandate alcoliche tanto da finire in uno strambo karaoke a dare spettacolo con un pezzo celebre di Sia e neanche il padre stesso, che di fatto non ha mai amato nessuno. Nessuno tranne il nonno, che è su una sedia a rotelle e vuole morire ed essendo stato testimone dell'attacco di un rapace verso un altro uccello comprende perfettamente la cattiveria insita in ogni essere vivente. Violenza e dolore che sfuggono agli obiettivi di qualsiasi marchingegno digitale ormai alla portata di tutti.

Il compendio di tutto il cinema dell'austriaco più provocatorio insieme ad Ulrich Seidl: voyeurismo sadico, giochi di psicologie, follie covate, il rapporto insano e morboso con la tecnologia, una freddezza della società occidentale in declino e il calore e l'umanità degli sconfitti (il nonno e i profughi, abituali frequentatori di Calais in cerca di un passaggio verso il Regno Unito). Tra Funny Games e Amour. Dallo splendido Trintignant (anni '50 e '60) alla piccola Fantine Harduin, passando per la Huppert (anni '70/'80) e Kassovitz (anni '90) è anche un film sulle generazioni di attori francesi, sempre portavoce di uno spirito europeo che proprio di fronte al dramma dei migranti dimostra la sua inadeguatezza, il suo sguardo rivolto al passato, ai rapporti di forza e alle proprietà di famiglia.

In tutto ciò non si può altro che annegare.


VP

giovedì 30 novembre 2017

Detroit (2017) by Kathryn Bigelow


Detroit (2017)
di Kathryn Bigelow

John Boyega (Dismukes)
Will Poulter (Krauss)
Algee Smith (Larry)
Jacob Latimore (Fred)
Jason Mitchell (Carl)
Hannah Murray (Julie)
Jack Reynor (Demens)
Kaitlyn Dever (Karen)


Una giornata degli infuocati anni '60 americani: una soul band si prepara alla grande platea e forse ad un contratto con la mitica Motown, un operaio nero viene chiamato al doppio lavoro come guardia di un negozio e dei poliziotti bianchi si trovano invischiati in un po' di casini. Sembrerebbe tutto nella norma di una metropoli di un qualsiasi momento storico: peccato che Detroit nel '67 si trovi sull'orlo di una guerra civile, non così lontana dal Vietnam di cui molti sono reduci. I "negri" dal Sud confederato si erano spostati a Nord in cerca di diritti e un'industria che li rendesse operativi: hanno trovato un'imprenditoria bianca che ha preso i soldi dai centri e li ha portati fuori nelle periferie e nelle zone private. È la storia d'America: le downtown piene di degrado e le ville fuori città ben sorvegliate per i più facoltosi, generalmente bianchi. In una situazione del genere non può che scoppiare un rivolta, non può che accadere che in un motel ci si ritrovino tanti "negri" a festeggiare, mentre fuori i violenti saccheggiano negozi e rivendicano appartenenze, e uno di essi giochi con una pistola a stuzzicare rispettivamente polizia di stato e arma nazionale. Perché "essere neri è come avere una pistola contro" e "se non si danno dimostrazioni di forza le cose andranno sempre come vogliono loro", dicono i giovani agenti bianchi a cui parte letteralmente la brocca. Inizia la mattanza e chi ci finirà in mezzo sono due esponenti della band dei Dramatics (che al Motel Algiers avevano trovato rifugio dai disordini per strada) e due ragazzine bianche dell'Ohio arrivate per divertirsi senza pregiudizi.

Storia vera dei rapporti di forza alla base delle diseguaglianze americane. Mai così attuale nell'era di Donald Trump e il ritorno dei suprematismi in USA e in Europa e nella Detroit che ancora oggi, dopo l'abbandono della General Motors, contende a St. Louis la palma della città più violenta e degradata d'America. La Bigelow, che ormai è la Dea del cinema d'azione degli ultimi 30 anni, usa la macchina a mano con ritmo vertiginoso e senza mai dare l'idea di improvvisare. Tutto è estremamente curato e la camera, pur traballante, riesce a nascondersi tra gli angusti e claustrofobici spazi che descrive.

Un'opera potente, che non lascia mai spazio alle facili conclusioni, riporta al cinema di denuncia degli anni '70, quello dei Lumet e dei Coppola migliori.

Tutto però con sensibilità femminile, che non si ferma davanti alla crudeltà più eclatante. Il Motel Algiers diventa la Diaz del 2001 di Vicari, solo che la Bigelow non cade nelle trappole del genere e nella facile rappresentazione: rimane sempre ancorato al tema evitando anche le allegorie sul Bene e il Male a cui magari altri autori avrebbero attinto a piene mani.

Cinema classico nella sua forza propagandistica, di una moralità assoluta che evita sempre ogni demagogia. L'America ha il suo Salò.


VP

domenica 12 novembre 2017

The Square (2017) by Ruben Östlund

Dedicato ai compagni di visione Emiliolo, Giacomolo e Gai...(ezza, sic!)


The Square (2017)
di Ruben Östlund

Claes Bang (Christian)
Elisabeth Moss (Anne)
Dominic West (Julian)
Terry Notary (Oleg)
Christopher Læssø (Michael)
Linda Anborg (Linda)
Emelie Beckius (businesswoman)
Sofie Hamilton (robber)


Cosa è The Square? È essenzialmente un quadrato, anzi un'istallazione d'arte contemporanea scavata nei sampietrini di Stoccolma davanti al Museo Reale. È opera di un'artista argentina di cui sapremo poco o niente se non il suo intento di creare uno spazio davvero democratico dove ogni persona al suo interno ha stessi diritti e doveri. In realtà non è proprio così: The Square diventa presto il perimetro del socialmente consentito da superare ogni volta che si vuole davvero incidere sulla realtà. Lo superano due performers di strada che rubano portafogli e telefono al rampante direttore del museo. Lo supera una giornalista d'arte americana quando ad una festa nel Castello Reale penetra nell'eros dello stesso direttore, che l'aveva già superato di suo controllando i movimenti del suo telefono su Internet per poi minacciare un intero palazzo della periferia scatenando un effetto domino. Un performer slavo ad una cena di gala diventa l'uomo del mondo selvaggio che giustamente non si ferma alle convenzioni e sfonda il quadrato provocando la reazione altrettanto violenta dell'intera platea di gentlemen.

Palma D'Oro a Cannes meritatissima per un film grottesco a tema come non se ne vedevano da tempo. La versione nordica e odierna, dirompente senza mai cadere nel facile sensazionalismo, del surreale buñueliano che attacca il fascino molto discreto di una borghesia progressista che si crogiola nelle sue esibizioni di solidarietà e altruismo per poi servirsi del contributo di quell'1% che ha il 50% della ricchezza mondiale e che davvero potrebbe influire sulla genesi della violenza nella società di oggi.

Satirico, irriverente, ideologicamente rigido, girato da un giovane autore amante dell'esibizione (suo era Play, 2011, sull'immigrazione in Svezia) senza risultare mai esibizionista. Rimanendo fedele ad una condotta curiosa ma smaliziata che altri nordici, Lars von Trier in testa, non hanno dimostrato di conservare.


VP

giovedì 9 novembre 2017

Saw Legacy (2017) by Michael Spierig, Peter Spierig


Jigsaw (2017)
di Michael Spierig, Peter Spierig

Matt Passmore (Logan Nelson)
Tobin Bell (Jigsaw / John Kramer)
Callum Keith Rennie (Detective Halloran)
Hannah Emily Anderson (Eleanor Bonneville)
Clé Bennett (Detective Keith Hunt)
Laura Vandervoort (Anna)
Paul Braunstein (Ryan)
Mandela Van Peebles (Mitch)


Ai fratelli tedeschi saliti alla ribalta per l'australiano Predestination il compito di rivitalizzare la saga del pupazzo ciclista che rinchiude i colpevoli in trappole mortali. Ovvero il serial killer più moralista dell'horror anni 2000 (e che anche stavolta "parla per i morti") fatto di stereotipi e situazioni telefonate come gli slasher di due decadi prima ma con un'esibizione radicale di corpi smaciullati e schizzi che sporcano le pareti già sporche di per sé. E non si capisce il motivo per cui i fenomeni della distribuzione italiana abbiano messo un titolo inglese che svia completamente dal Jigsaw originale, tanto che i fan della serie sarebbero stati più attratti dal ritorno del malato originario piuttosto che dal solito episodio di una serie che ormai ha perso qualsiasi autenticità (solo i primi due erano decenti).

Il lavoro dei teutonici è discreto, se non altro perché ci risparmia un happy ending gancio per la possibilità di nuovo sequel che per ora non c'è. Il prodotto è secco, quasi scarno, e, come per le innumerevoli saghe horror dagli anni '70 in poi, questo è un bene. La mattanza funziona con un bel cranio aperto all'altezza della dentatura per la gioia degli anatomisti. Come in Predestination si gioca sui piani temporali, il finale non è così spiazzante, anzi è intuibile proprio perché la saga di Saw ha abituato il pubblico a procedimenti mentali che neanche qui sono traditi.

Dagli Spierig aspettiamo ben altro di nuovo.


VP