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domenica 22 novembre 2015

IN BULGARIA INSIEME (22/11/2015)

Tutto inizia a casa di un amico: festa di fine luglio, couchsurfing, gente mai vista. Si gioca a beer pong e a carte, si beve, ci si conosce. Ognuno porta qualcosa, anche le numerose straniere che prima d'arrivare all'appuntamento alla metro si riforniscono di alcolici. Una di loro non ha fatto in tempo a prendere nulla: è mora, abbastanza alta, bei lineamenti, espressione seria. Il mio amico m'incarica di portarla di corsa al supermarket più vicino e allora scendiamo insieme la strada che si tuffa sulla Tuscolana senza dirci chissà cosa: "di dove sei? con chi stai a Roma? che te ne pare? quanto rimani?". Lei risponde senza particolare entusiasmo: è di Sofia, viaggia con un'amica bulgara che non è voluta venire (restìa a conoscere estranei), è innamorata di Roma dopo essere già stata a Napoli. Durante la festa ci conosciamo meglio, beviamo, ridiamo. Poi mi chiede d'accompagnarla all'AirBnb sull'Appia in cui l'amica l'aspetta. Allora prendo lo zaino e la riporto a casa a piedi, fuggendo da una Roma Est che sembra inghiottirti, mentre l'umanità barcollante di Re Di Roma ci circonda senza darci troppi problemi. Arriviamo, ci salutiamo, lei forse si aspetta qualcosa ma da italiano che non vuole "fare l'italiano" giro i tacchi e me ne vado.

Ci rincontriamo due giorni dopo, a Trastevere, con anche l'amica che mancò alla festa. Passeggiamo, mangiamo, ci diamo sotto con due Peroni nel più celebre bar della zona. Poi arriva anche il mio amico e andiamo a bere al Campidoglio e poi a casa (la stessa del party). Ci strafoghiamo ancora di alcol rimasto in frigo e cantiamo insieme canzoni italiane (Battisti, Baglioni, Ramazzotti, personaggi che loro conoscono bene vuoi perché celebri in Bulgaria, vuoi perché Elitza, la ragazza che mi piace, ha un attestato di lingua italiana e sa a memoria canzoni popolari). Prima di riaccompagnarle in macchina lei ed io abbiamo un momento di solitudine, un ultimo piccolo spazio d'intimità prima del ritorno a Sofia in mattinata: il mio amico è in bagno, la compagna di viaggio (una bulgara olivastra dai tratti del sud-est asiatico, lei dice del Sudamerica e se penso al Perù forse ha ragione) è in sala alle prese col wifi. "Mi mancherai tanto" all'improvviso le dico e lei ricambia con un bacio che non mi sarei aspettato.

Rimaniamo in contatto e a fine agosto, all'ennesimo invito a Sofia da parte sua, la prendo in parola: ma quando finalmente le espongo la mia ferma decisione di venirla a trovare, lei fa un passo indietro, parla di un progetto da terminare nel breve, proprio nei giorni in cui ho intenzione di stare lì e allora mi blocco anch'io: m'arrabbio, maledico l'intero mondo femminile che promette e poi si rimangia tutto. Ma è solo il lato di una personalità indecisa: infatti dopo un silenzio stizzito da parte mia, lei si rifà viva e m'invita di nuovo. Io le chiedo: "sei sicura? che fine ha fatto il tuo progetto?". Lei: "lo posso finire anche con te accanto". "Sicura? Sei davvero sicura? Davvero?".

Sì, è sicura: in Bulgaria non starò solo e ne sono contento. I viaggi in solitaria in Ucraina e Polonia sono lontani, ormai la stanchezza mentale non mi permette più di domare la carica nervosa che ti pervade prima di ogni partenza incognita. No, in Bulgaria nel bene e nel male avrò una compagna di viaggio e ciò mi piace, perché si tratta di un paese che m'incuriosisce tanto da raccoglierne informazioni ma non abbastanza da prendere lo zainone e girovagare senza meta né bussola. Aver trovato una persona, una guida (o forse altro) del posto mi aggrada. Parto.

E così eccomi a fine agosto nella piovosa Sofia. Aspetto il bus che mi porta da un terminal all'altro dove una metropolitana coi vagoni beige e i sedili in pelle, che ricordano la più celebre moscovita, mi aspetta per portarmi ad Opalchenska, la stazione in cui ci siamo dati l'appuntamento. Un vecchio romano con gli occhi chiari e tenebrosi mi consiglia di prendere un taxi: "sarà 'n'euro" mi dice, ma preferisco stare sotto la pioggia in attesa. Pochissima voglia di contrattare prezzi coi tassisti locali, reduce come sono da un litigio con mia madre il giorno prima. Avrei voglia di chiedere a quel signore cosa ci faccia qui, insieme ad altre teste bianche italiche che ho notato sull'aereo, ma la risposta è troppo scontata per sprecare il fiato: migranti economici, di quelli che invece di essere in disperata caccia di lavoro e futuro, si mangiano comodamente (e con un pizzico di compiacimento) il presente grazie alla preziosa pensioncina nazionale che in un posto del genere (a tassazione ridicola) si traduce in potere d'acquisto addirittura triplo. Ed in effetti il mio viaggio in terra bulgara rimarrà come uno tra i meno costosi mai fatti, ma in quel momento sono troppo stordito dalla voce di mia madre che mi rimbomba da un timpano all'altro per rendermene conto e rilassarmi.

Ad addolcirmi l'animo non poteva essere che lei: eccola Elitza, con un sorriso compiacente e compiaciuto, mentre mi viene incontro davanti un centro commerciale dove le luci delle attività ti assalgono coi loro odori schizzati di pantone maionese. I suoi occhi chiari sono languidi, curiosi, orientali incastonati in un viso che nasconde i dubbi di una ragazza che sta ospitando un tizio conosciuto appena qualche settimana prima. Il rapporto si presenta ambiguo (e lei, una volta superate le incertezze, mi confiderà di essersi a un certo punto pentita di avermi invitato). Scene vissute tante volte dove la voglia di vivere viene smorzata dalla paura e dalla consapevolezza della propria irresponsabilità. Devo lavorare per addolcire la situazione, provarle il mio rispetto, le mie buone e genuine intenzioni.

Non mi piace quando, una volta a casa sua, lei mi scivola tra le braccia volta a compiacermi: io Elitza la voglio davvero e non sono qui per comportarmi da turista sessuale o approfittarmi di lei. I primi giorni servono a questo, ad allentare tutte le tensioni, sotto lo sguardo di un bellissimo gatto persiano che mi odia, una specie di fulvo Giuliano di Kiss Me Licia, gelosissimo della sua padrona che lo carezza in grembo nelle giornate solitarie passate tra le quattro mura. Per sette giorni quel gatto ha un rivale, uno che lo rispetta ma che gli ruba le attenzioni della sua amata (portandola anche via da casa). Lui ci guarda, ci scruta, inizia anche a graffiare (solo lei): quanto amore ci può essere in un gesto così violento, nel mondo animale!

Ma Elitza ed io non siamo animali, siamo due anime che girano tra i palazzi grigi del Socialismo Reale e i bar bohémien a più piani, ricavati da vecchie case comuniste, dove accanto al bancone delle birre trovi anche i barattolini di superlativo yogurt locale. La Cattedrale di Alexandr Nevsky è sfondo di una romantica passeggiata tra i resti delle celebrazioni rosse e le statue di terribili despoti che mettono soggezione solo a guardarli e in grado all'epoca persino di accecare i propri stessi sudditi. Storia violenta in cui il Patto di Varsavia incontra l'Impero Ottomano, corruzioni e infamie di una nomenclatura di regime che si rifiuta di dire la verità al popolo (durante le celebrazioni della vittoria sovietica all'indomani di Chernobyl, anni '80, tanti ammalati di tumore e un'aria irrespirabile) perfettamente raccontati in un inglese altrettanto impeccabile da un ragazzone internazionale che si è inventato un Communist Tour per sbarcare il lunario.

Nei miei viaggi a Est mi sono sempre tenuto alla larga da musei e ritrovi (ad esclusione di Berlino, dove è impossibile non confrontarsi col Comunismo raccontato dai libri e dalle testimonianze), anche per Elitza è un'esperienza nuova. Al di là della bravura della guida, le cose da scoprire sono relativamente poche: ad esempio sulla facciata del palazzo maestoso dell'ex Partito Comunista, i bulgari hanno mal pensato di staccare la falce e il martello che facevano capolino direttamente sulla piazza. La Storia non andrebbe mai rimossa, anche quando ti strozza fino ad ucciderti, magari a Londra con un'arma nascosta in un ombrello: regali di compleanno per lo Stalin locale che prendeva il nome di Todor Zhirkov. In effetti si parla di elezioni bulgare quando non c'è niente da fare: misti di brogli, minacce e violenze fisiche, sparizioni di avversari politici. Un po' quello che ancora si dice dei Lukashenko o di paesi tipo il Turkmenistan.

Ma ovviamente c'era anche qualche lato positivo: la gente era più umana, in fila davanti alla casa del pane ci si parlava, si scambiavano pareri, ci si salutava, si sorrideva, si viveva un po' così, protetti, laboriosi, privi d'ambizioni individuali. In questi paesi il discorso è sempre uguale, con nostalgici e rampanti a farsi la guerra dialettica e rappresentare il controsenso di un mondo che fino all'altro ieri era purissimo Est ai limiti dell'accessibile e che oggi fa svettare le bandiere blu con le stelle gialle della Democrazia laddove un tempo c'erano i drappi rossi del sacrificio della Libertà sull'altare dell'Uguaglianza. Nei paesi neo-assorbiti dalla NATO la storia è sempre un po' la stessa.

E quando ti chiedi davvero se questo sia un paese europeo, come faccia un posto del genere (con una certa architettura, con una mentalità collettiva plasmata dal vecchio Socialismo) ad essere occidentale (come noi, come la Germania dell'Ovest, la Francia, i paesi che dalla Seconda Guerra Mondiale abbracciarono il settore americano) a smorzare ogni dubbio arriva la parola di Elitza: "certo che siamo un paese europeo, siamo democratici, mica come i russi".

Lei è smaccatamente filo-occidentale come gran parte dei bulgari oggi, orgogliosa di poter viaggiare, di poter dire la propria senza il terrore di essere ascoltata da orecchie sospettose. Per quanto viva in uno dei paesi più poveri (e col più alto tasso di disoccupazione) dell'Unione Europea ancora non vede chiare davanti a sé le contraddizioni e una certa brutalità del libero mercato. Sicuramente avrà ascoltato tante storie da sua madre, una signora molto più scura di lei, riccia e che fa la programmatrice informatica: la incontreremo l'ultimo giorno della mia permanenza in Bulgaria, per il momento è fuori casa e il povero gatto rimarrà solo per qualche giorno.

Già, perché è il momento di partire, di lasciare il grigiore della capitale alla scoperta di un paese antico e bello, ricchissimo di tradizione e scorci paesaggistici e naturali. Il piano di Elitza è già di per sé una contraddizione del suo voler essere occidentale: vorrebbe visitare tantissimi posti in appena una settimana e arrivare fino alle coste del Mar Nero, a Nessebar, dove le spiaggie ci aspetterebbero con sole e sabbia. In mezzora ti mette su un'architettura di viaggio che non prevede minimamente l'imprevisto, in un paese in cui d'imprevisti in realtà ce ne sono migliaia dietro ogni angolo. Ma gli Est Europei sono così e i bulgari non fanno eccezione: ore di viaggio di treni presi in corsa e un senso dell'avventura selvaggio che va del tutto in controtendenza coi concetti di comfort e relax.

Io, che ho voglia di stare con lei e anche di una lentezza in grado di vivere appieno e in profondità le esperienze dei luoghi, la faccio ragionare. "Andiamo a Plovdiv! Voglio il romanticismo, non l'azione veloce. Voglio la calma, la tranquillità, voglio te!". Quindi la convinco a fare appena due tappe, due tappe stupende. Quando il treno lascia la stazione di Sofia ad accoglierci c'è il paese che qualsiasi occidentale non s'aspetterebbe mai.

Plovdiv ha un centro storico dove le strade di sassi e campanili ti portano su una terrazza immersa nel verde da cui l'occhio si perde nell'orizzonte: ci sediamo sulle rocce e notiamo come né i palazzi comunisti di una volta, né i simboli commerciali del Capitalismo ora siano riusciti a distruggere il paesaggio. Appena sotto c'è una meraviglia di teatri e templi dell'Impero Romano d'Oriente: anch'io ho una valida ragione per inorgoglirmi e ancora una volta ringrazio l'Imperatore Costantino per farmi sentire un po' a casa in posti che dalla fine dell'Impero hanno preso corsi diversi.

Poco più in là c'è Kapana, il quartiere alternativo hipster: anche qui, in questo angolo d'Europa che fino a poco fa era rurale e impregnato di coscienza popolare, è in atto la trasformazione. Questa parte povera di una città di per sé povera di un paese povero è stata recentemente presa d'assalto dai giovani creativi locali che magari dopo una trasferta a Berlino o Londra hanno ben pensato di tornare e dare un contributo ulteriore al fenomeno della gentrificazione. Le cose stanno cambiando: i locali presi a prezzo stracciato vengono rivestiti di slogan accattivanti e pseudo-artistici (un geniaccio con barbetta e occhialini incorporati ha coniato ALLWENEEDISPLOVEDIV, con la "love" di "Plov" ben messa in risalto, arrivando a piazzarla addirittura su una splendida altura del posto). I prezzi delle case e delle cose di sicuro subiranno un'impennata, così come il turismo giovanile (e non sarebbe neanche male).

La cosa che viene da chiedersi è: se pure in Bulgaria le cose vanno verso questa direzione, ma i poveracci, quelli che non possono permettersi nulla o quasi, tra qualche decennio dove andranno a vivere, sulle montagne, sui fondali del Mar Nero, sulle nuvole anch'esse in procinto d'essere gentrificate un giorno?

Elitza è entusiasta e s'intrattiene qualche minuto più del dovuto con le menti fresche e geniali del sobborgo: lei tifa spasmodicamente per l'occidentalizzazione completa del suo paese. Mi rinfaccia di essere stato in Transnistria in mezzo a gente a suo dire "strana" e "pericolosa": non si rende conto che quella gente, che pericolosa non è e neanche troppo strana, in realtà le sia molto più simile di quanto lei stessa sia disposta ad accettare.

Ad esempio in Occidente abbiamo ormai digerito la crisi economica e la perdita d'identità: siamo depressi, stressati, silenziosamente disperati senza più lacrime da versare. Invece Elitza le lacrime le versa quando, seduti su un resto archeologico, mi confida che la sua vita è "meaningless": lei che ha studiato architettura ma in realtà non vorrebbe mai fare l'architetta o la geometra, al che io le chiedo il motivo del suo percorso di studi e lei mi risponde di essere stata consigliata da sua madre: "in Bulgaria si trova tanto lavoro come architetti o nell'edilizia? Strano, perché a Roma (dove di architettura antica ce n'è a iosa, anche nella periferia più putrida) la gente che esce da queste facoltà non è che se la passi molto bene". Io la abbraccio e la consolo col fatto che siamo tutti sulla stessa barca: non è la sua vita, bensì un po' tutta la nostra generazione ad essere senza senso.

Fortuna che non ci sono più i Comunisti e che i filorussi, nel caso, stanno in Moldavia e Ucraina. "Qui in Bulgaria sono pochissimi e non sanno quello che dicono" dice Elitza mentre torniamo verso il nostro hotel. Peccato che qualche passo più in là, in direzione di una piazza dove il palazzo delle poste svetta in tutta la sua massiccia carica di cemento armato sovietico, incontriamo proprio loro: i filorussi che agitano bandiere bulgare e russe e rivendicano il diritto di non essere come l'Occidente vorrebbe. "Yankees go home!" mostra una vecchia nostalgica del Socialismo reale. Elitsa cambia discorso; non immagina che di lì a poco m'avrebbe trascinato nell'esperienza più smaccatamente est europea che essere umano potrebbe mai vivere.

Dopo esserci trascinati per tutta l'area di Plovdiv un'ultima volta, torniamo di corsa in albergo e ci mettiamo in spalla gli zaini pesanti: è ora dell'autobus che ci porterà a Veliko Tarnovo, l'ultimo posto dove si consumerà per ora la mia scoperta della Bulgaria. Corriamo verso la stazione, con qualche minuto d'anticipo per individuare l'area degli autobus, che in questo caso non è quella che ci serve. Attimi di buio; non sappiamo dove andare, non c'è né un segnale, né un cartello, né tantomeno la donna alla cassa ci sa dire qualcosa. Il tempo scorre inesorabile: 21, 22, 23, 24: a 25 il nostro autobus dovrebbe partire e noi non sappiamo dov'è. Infine, domandando di nuovo alla cassa, scopriamo che Elitza ha frainteso il dettaglio più importante della sua prenotazione: la stazione vera, che nel caso specifico è quella più piccola e che dista almeno 15 minuti di macchina da dove stiamo ora.

Io sono un misto di angoscia e rabbia, non reggo affatto l'imprevisto e mi aggrappo ad Elitsa pregandole di prendere le decisioni più logiche. Per fortuna lei non mi ascolta: chiede alla cassiera di telefonare all'altra stazione e dire a tutti di fermare l'autobus, una cosa che mi fa sbottare dal ridere, un misto di ilarità e nervosismo da pizzicarmi il cuore. La cassiera chiama e trova occupato; ci lascia il numero e noi filiamo verso un piazzale dove ci dovrebbe aspettare un taxi che avevamo già chiamato in precedenza. Siamo spacciati e addirittura su una vecchia carcassa dell'era comunista, guidata da un tizio altrettanto stagionato che per l'occasione si mette a fare Alonso per i vialoni pieni di traffico della periferia di Plovdiv, verso una stazione lontana per prendere un autobus che sarebbe già dovuto partire 4 minuti fa. Elitza sfodera il cellulare e chiama la stazione: rispondono. Seguono 2 minuti di conversazione in bulgaro in cui cerco di decifrare qualcosa dall'espressione straordinariamente pacata di Elitza. Al termine della chiamata lei si abbandona in una risata e tutta raggiante mi dice: "il bus lo prendiamo, ci aspettano!". "Cosa???? Veramente un intero autobus sta aspettando noi, magari con tutte le persone preoccupate per ritardi e appuntamenti con i famigliari o gli amici che le verranno a prendere con le rispettive macchine. Veramente? Non ci posso credere, non ci posso credere!".

Succede proprio così: arriviamo con almeno 18 minuti di ritardo e il bus lo prendiamo: "non ci posso proprio credere!". Elitza ride a crepapelle, io sono letteralmente sconcertato. "In Occidente queste cose non succederebbero mai, non mi dire mai più che siete un paese occidentale, ok?". "Perché?" chiede Elitza. "Perché non è normale, tutto questo non lo è". E invece mi sbaglio: è semplicemente l'Est Europa.

Ciò che Elitza ha fatto, che a noi pare straordinariamente grottesco, fa parte di una mentalità derivata dal Comunismo che si potrebbe chiamare in tanti modi: io la chiamo la "mentalità della consuetudine" e in lei (presa in questo caso a modello di tante altre persone conosciute nei miei viaggi) si riscontra in tre diverse circostanze. Questa dell'autobus è la seconda. La prima è stata durante la programmazione del viaggio: come già detto Elitza voleva arrivare al mare e alle spiagge contando le disponibilità economiche di entrambi e gli incastri di tempo (mettendo in agenda anche intere nottate da passare, vestiti con abiti tradizionali, in festival del folklore locale tra balli e bevute) ignorando del tutto l'esistenza dell'imprevisto. Se abbiamo pochi soldi a disposizione, noi occidentali cerchiamo di gestire le magre risorse selezionando bene le cose da fare, per viverne magari solo una o due in modi in cui il comfort e il piacere (e la calma) non vengano trascurati.

Gli est europei invece hanno la tendenza a mettere tante cose insieme senza preoccuparsi troppo di dettagli come la stanchezza oppure la fame. C'è una parte scoperta del loro modo di organizzarsi in cui fanno inconsciamente riferimento al destino, all'arte dell'arrangiarsi e alla bontà della gente che magari t'invita a casa per una bistecca oppure ti carica in macchina quando agiti il pollice a bordo della strada. Cose che rappresentano davvero l'ultima spiaggia (quella della disperazione) per tutti noi cresciuti nelle nazioni dove la proprietà privata ha plasmato dal Dopoguerra lo stare al mondo degli abitanti. Cose che invece nell'Est Europa sono tutto sommato parte integrante della quotidianità.

Superate un paio di località affollate, prima di fare una sosta in un bar su un'altura, dove si possono incontrare un toro capovolto e la targa di un Rotary Club, arriviamo finalmente a Veliko Tarnovo, l'antica capitale bulgara, un posto letteralmente straordinario. È proprio qui che torno con la memoria quando ho bisogno di pensare ad Elitza, ai suoi occhi verdi che mi guardano, al piacere assoluto di camminare mano nella mano in un luogo magico che abbina viste mozzafiato delle colline (e dei ponti che portano ai monumenti di cavalli sotto il quale gli strapiombi creano vertigini sublimi) con salite che ti portano in viali di casette pittoresche con tanto di fiori ed edere sui muri. Sembra di stare in Trentino Alto Adige o in Veneto, in quei posti belli e vergognosamente costosi per élite nostrane in cerca d'ambienti vispi e riparati dal fantasma della povertà del mondo.

Invece a Veliko Tarnovo è tutto economico, tutto alla portata di tutti, anche dei randagi che incontriamo e che reclamano coccole e un pezzo di sandwich da dividere anche con loro. Una sera che torniamo in albergo cerchiamo una via alternativa per non fare la solita rampa di scale: la troviamo in una stradina graziosa che si affaccia poco sotto la nostra stanza. La via è vuota, ci siamo solo io ed Elitza... e due cani dietro l'angolo: l'uno è dietro un'inferriata e abbaia forte appena ci vede, l'altro ci viene incontro e noi non possiamo far altro che indietreggiare. Non sembra cattivo, anzi sembra più spinto dalla curiosità di vedere chi sta passando. Allora, tornati all'inizio della strada, ci facciamo coraggio e decidiamo di passare: BAU!, niente da fare, l'uno abbaia, l'altro appare al piccolo trotto.

Elitza mi racconta che a Sofia spesso ci sono casi di persone azzannate da questi poveri cani lasciati al proprio destino: non mi tranquillizza e decidiamo di rifare il giro per sentieri già battuti. Più tardi, su una panchina, davanti un panorama notturno da mettere i brividi, ridiamo a più non posso: "pensa se mentre ci baciamo ad occhi chiusi arrivassero tutti i cani della città... e si accucciassero proprio qui davanti a noi". Io non mi trattengo, lei mi accompagna col suo volto gentile, tra birre, vini e patate fritte che abbiamo preso per meglio goderci lo spettacolo.

Ci abbracciamo forte e mi sento felice. È tutto così bello, perfetto, con un cielo stellato a benedirci da lassù e una fresca brezza a scompigliarci i capelli. Ci parliamo, ci raccontiamo le reciproche storie, ci conosciamo in profondità, esploriamo le nostre paure.

Quelle che anche in questa favola riaffiorano quando Elitza torna a usare la sua "mentalità": è il giorno prima del nostro ritorno a Sofia, due dal mio ritorno a Roma. Stiamo passeggiando in una strada folkloristica locale dove vendono gadget e souvenir. A lei viene un'idea: "c'è un Monastero qui vicino, non ci sono mai andata. Io ci voglio andare, ma c'è da camminare tanto, forse anche 2 ore". Io non ho mai avuto problemi a camminare, i Monasteri m'intrigano e poi cosa ci può essere di meglio che camminare mano nella mano e vedere cose nuove? Accetto. La cosa che Elitza non mi dice è che non solo la strada non è asfaltata, bensì si tratta di aggirare una valle in piena natura, con appena segnali di strisce bianche e rosse sugli alberi a farci da guida.

Elitza non sa che ci sono due cose che da quando ero bambino mi hanno sempre terrorizzato: la prima è perdermi nello spazio profondo (tanto che non riuscivo a giocare ai videogiochi di ambientazione simile), dopodiché gli insetti alati. Immaginate cosa deve essere per me, ragazzo di città, mai amante della campagna e con un rapporto col "verde" non proprio idilliaco, ritrovarsi di punto in bianco in un infinito di alberi e piante, completamente disorientato, con solo una bella vista panoramica sulle mura antiche a farci compagnia. Elitza mi chiede se voglio tornare indietro: lei comunque raggiungerà a piedi, da sola, il Monastero (anche perché "la Natura aiuta a ritrovare la tua umanità: è assurdo odiare la Natura, nessuno che abbia mai conosciuto la odia"). Io ho paura a stare senza di lei e peraltro ho la testa che mi gira, non riuscirei a trovare anche il sentiero più semplice. L'avventura bucolica non mi si addice affatto.

Rimango zitto e cerco di lavorare su me stesso: un lavoro che nel caso avrei anche potuto affrontare, ma solo preparandomi psicologicamente da qualche giorno prima, non di punto in bianco. Seguo Elitza, cerco di superare ostacolo su ostacolo e di arrampicarmi sulle rocce quando ho da arrampicarmi. In due ore e qualcosa immersi nella vegetazione e nello sforzo fisico del trekking incontriamo un villone posizionato nel nulla ("villa di mafiosi" dice Elitza), un cartello in cirillico che c'avverte di cacciatori coi fucili in zona e una specie di torrente con punto di ristoro. Più volte durante il tragitto ho i conati di vomito: mi chiama mio padre dall'Italia e gli dico che mi sto cacando in mano, lui si mette a ridere e pensa si tratti di una battuta. Infine, dopo più di un minuto di disorientamento anche di Elitza (in cui penso di aver tirato giù nella mente tutti i Santi in Paradiso), troviamo la strada giusta per il Monastero.

Si tratta di quei luoghi di pace dell'anima dove le persone rifiutano le noie della modernità. In fondo un'ascia, un corso d'acqua potabile, delle campane, un campanile e una Chiesa con quadri bizantini è un'immagine sufficiente per un'umanità soddisfatta. All'interno di essa una restauratrice dà prova della sua arte ed Elitza e io rimaniamo in silenzio alla contemplazione di una via spirituale che magari un giorno potremmo abbracciare nelle nostre vite. La beltà è tale da far scorrere il tempo senza che ce ne rendessimo conto: il buio sta per scendere e dobbiamo tornare in città. L'autobus se ne è andato: cosa finiremo a fare? La risposta, sempre per la "mentalità della consuetudine", è l'autostop.

E così eccoci, affranti dagli sforzi e un po' impauriti, coi nostri pollici alzati per questa strada asfaltata che curva proprio dove siamo noi. La posizione è pericolosissima e Elitza non se ne rende conto. Mi lamento e le supplico di chiamare un taxi, lei rimane perplessa dall'atteggiamento dei bulgari del luogo che non ci ospitano sulle loro vetture. Rimaniamo una quarantina di minuti abbondanti così, con io che inizio seriamente ad aver paura, una paura ancora più grande di quella della scampagnata appena passata. Infine un mio pollice fa presa su un uomo sulla quarantina. Torniamo a Veliko Tarnovo e io per un po' mi incazzo con Elitza. Lei sembra consapevole della pericolosità delle ultime ore, però scommetto che continuerà pur sempre a mettersi in queste situazioni (magari scampandovi): è un po' nella natura sua e del popolo di cui fa parte (che lei pur critica a più riprese).

In stanza d'albergo mi calmo, ci facciamo una doccia rigenerante e la sera torniamo sulla balconata con la panchina, le bibite e le cose da mangiare e la città illuminata solo per noi. E stiamo bene, ci amiamo come non mai, anche dopo questa giornata di litigi e disagi.

Il giorno dopo torniamo a Sofia, dalla mamma che finalmente conosco e che prima di ripartire per Roma mi prepara una tipica colazione bulgara e dal gatto persiano che forse mi vuole far ammalare coi suoi peli (magari sapendo inconsciamente della mia straordinaria allergia alla polvere e anche alle pellicce di animali).

La sera chiedo ad Elitza un ultimo favore: "ti prego, portami nella discoteca più popolare di qui. Voglio scrivere di questo viaggio e voglio anche raccontare un po' dei bulgari, del loro modo di divertirsi, di come sono fatti ragazzi e ragazze che frequentano i locali". Elitza è una di quelle tante ragazze dell'Est che detestano le discoteche, che pensano che la gente le popola nei weekend sia stupida e superficiale: non ha la minima intenzione di portarmici. Vuole che della Bulgaria io veda principalmente le cose che a lei piacciono, indirizzare il mio occhio.

Io mi oppongo e rigetto ogni sua idea come ho sempre fatto con altre persone dallo stesso atteggiamento. Odio quando provano a corrompere la mia onestà individuale. Se una ragazza a Roma mi chiedesse di portarla anche in un posto che non mi piace, io lo farei, o quantomeno quel posto glielo farei vedere. Poi me ne andrei quasi subito, ma un occhio non glielo nego di certo, soprattutto se in ballo c'è una cosa nobile come la Letteratura.

Dopo le mie insistenze lei si arrende: "ok passeremo un tipico sabato sera bulgaro: in discoteca ti ci porto". Intanto l'ansia della partenza mi assale e anche la malinconia. Per sette giorni sono stato giorno e notte con una ragazza dalla quale non mi sono mai staccato: una ragazza che mi piace, una ragazza con la quale non avrei bisogno di altre ragazze, neanche di guardarle. Osservo Elitza mentre sistema la tavola e ricordo quella malizia un po' ambigua, un po' forzata della prima sera; capisco che non voglio che lei. No, stavolta il report sociologico non lo faccio. No, non vedrò come sono le ragazze bulgare (che sono in media meno angeliche del resto dell'Est ma di gran lunga più formose, gli amanti del seno enorme hanno pane per i propri denti): questo viaggio non è la Bulgaria, bensì Elitza, io, Elitza e i luoghi che cantano la nostra canzone. È poesia, non prosa.

Così, quando Elitza mi chiede di uscire, io la porto a me e le dico che no, non usciremo. "Non voglio conoscere Sofia, non voglio conoscere la gente, voglio conoscere solo te".

Il giorno dopo è la volta dei saluti: lei mi riaccompagna al terminal del volo che mi riporta a Roma. Io piango, piango, non smetto mai di piangere. Lei mi chiede "perché piangi?" e io rispondo dicendole la verità: "per l'emozione". Percorro la linea del check-in e prima di scomparire dalla sua vista, il viso di Elitza prende tinte grigiastre. Pensa che io stia soffrendo e in realtà un po' è vero.

Ciò che forse non sa è che in quel pianto e in quell'abbraccio forte (che avrà commosso un discreto numero di persone attorno a noi) c'è una percentuale enorme di felicità. Perché la Bulgaria, la nostra Bulgaria, per una settimana buona è stata il compendio di tutto ciò che nel bene e nel male rappresenta per me la felicità: la scoperta di se stessi, la scoperta dell'altro, la voglia, il sentimento, l'amore.

Quella con Elitza è una storia d'amore estiva, di quelle che hanno la leggerezza delle piccole onde del mare che si adagiano fluttuando sull'eternità. L'Agosto del 2015 ha gli occhi verdi di Elitza, la sua curiosità, la sua voglia di passare del tempo con me.

Una storia così la sognavo da tanto e quando ripenso a quei giorni è come se il destino mi avesse riservato un regalo piccolo e prezioso.

Cosa c'è di più per essere felici?


VP