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mercoledì 18 dicembre 2019

Pinocchio (2019) by Matteo Garrone


Pinocchio (2019)
di Matteo Garrone

Federico Ielapi (Pinocchio)
Roberto Benigni (Geppetto)
Rocco Papaleo (Gatto)
Massimo Ceccherini (Volpe)
Marine Vacth (Fata Turchina)
Gigi Proietti (Mangiafuoco)
Alida Baldari Calabria (Fata Turchina bambina)
Alessio Di Domenicantonio (Lucignolo)


Il discorso di base è lo stesso che riguardava il Dumbo dato a Tim Burton: prendi il regista che con Sorrentino si litiga la palma dell'italiano talentuoso, quello che si destreggia tra il neorealismo periferico post-moderno di Gomorra e Dogman e il favoloso ricreato de Il Racconto Dei Racconti, e gli dai ovviamente la più famosa fiaba della letteratura italiana. Quella che decretò nel 1940 il successo cinematografico di Walt Disney, con il burattino dagli occhi azzurri e l'espressione ingenua e curiosa, che Luigi Comencini ha convertito in serial televisivo in 5 puntate nel 1972, che Benigni ha usato nel 2002 (sembra un'eternità) per bissare i suoi successi internazionali, cadendo malamente... che ora interpreta nel ruolo di Geppetto (e non del protagonista come nella sua creatura di celluloide) sotto la direzione di Matteo Garrone che va incontro al massacro in partenza.

Pinocchio è una materia da trattare con grande cautela e il rischio di fallire è dietro l'angolo: da una parte c'è un esempio di animazione classica disneyiana che è inarrivabile, dall'altra c'è l'emozione che Comencini, anche grazie al Geppetto "umano" di Nino Manfredi, seppe catturare in forma televisiva 47 anni fa. Davanti c'è l'esperimento di Benigni che è il burrone di melensa banalità in cui si rischia di cadere.

Ma Garrone non è Benigni: Garrone ha un senso della messa in scena che è totale ed è un maestro nel compiere le scelte di regia e di direzione degli attori che hanno di per sé la forza del grande cinema in grado di unire afflato popolare e avanguardia artistica. Così accade che il Geppetto, interpretato da un Benigni vecchio e provato, funzioni a dovere, che il Gatto e la Volpe abbiano la famelica e sottoproletaria amoralità plasmata nei volti di Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini, che sono a paletti la cosa migliore del film, che la Fata Turchina sia effettivamente favolosa da piccina e da grande e che il Grillo Parlante sia teneramente saggio proprio come gli si confà. Il paesaggio della Toscana è magnifico e periferico: unisce il degrado dell'ingiustizia di un mondo difficile alla poetica del sogno di felicità. Il tutto messo insieme non dovrebbe far altro che decretare il miglior Pinocchio possibile in questi anni.

E forse è davvero così... ma siamo anni luce dal modello disneyiano e lontani anche da ciò che fece Luigi Comencini, che era emozionante nelle grandi ingenuità del racconto e della metodologia dello stesso: un'ingenuità che nel '72 era consapevole. Il film di Garrone, al contrario del favoloso Il Racconto Dei Racconti, scorre invece via metodico, calcolato, con una freddezza di fondo che non scioglie i cuori di nessuno: il regista romano è troppo preciso nelle sue scelte e nelle sue idee formali che letteralmente si mangiano ogni emozione spontanea. È, se vogliamo, il contrario dei film di Bresson: se il maestro francese lavorava di sottrazione, anche del pathos, per spremere la tensione da ogni segno del film, Garrone compone un mosaico alla ricerca spasmodica dell'incredibile... a cui non riesce a far credere.

E se a tavolino potevamo anche noi pensare che Garrone, come per l'appunto Tim Burton con Dumbo, potesse essere il miglior interprete contemporaneo delle avventure del burattino, alla fine del film ci viene da pensare che un regista inferiore, anche di molto, avrebbe potuto tirarci fuori una lacrima... e intanto anche insegnare ai bambini a come diventare umani passando per pezzi di legno e asini in cerca di un paese dei balocchi.


VP