Il primo Terminator non è un film generazionale come un po' tutti i prodotti che hanno avuto seguiti a oltranza eccetto Star Wars e Star Trek. Molti non lo ricordano, l'avranno passato di sfuggita in qualche TV commerciale e la visione sarà stata perlopiù distratta: una roba tanto per dire "ho visto anche questo". I cyberpunk che erano venuti per Harrison Ford, Deckard e Rachel (e Philip K. Dick) stavolta sono rimasti a casa: Blade Runner li valeva i soldi spesi, Terminator 1 non fa venire gran voglia. Perché non è un film così importante, non ha la nomea e le caratteristiche del prodotto epocale.
E invece il pubblico cinefilo ha sbagliato: Terminator vale la pena d'essere visto in sala. È un'esperienza mistica, estasiante, che ci racconta la Hollywood di un tempo non così lontano (eravamo bambini) eppure così diversa, di come eravamo e come (o forse cosa) siamo diventati.
Inizia semplicemente con un groviglio di fulmini e un operaio di colore che balbetta. Poi è il turno di Schwarzy, quello vero, quello piazzato, coi capelli a mezza lunghezza, quello cattivo, reduce da Conan di John Milius. Non ancora ripassato in salsa buonista dall'industria che di lì a poco avrebbe convertito al bene la mascella spietata e inespressiva. Noi Schwarzy lo preferivamo quando chiedeva a tre trucidi di dargli i vestiti e ad ogni coltello estratto corrispondevano tante botte austro-ungariche.
E invece il futuro yankee repubblicano diventò buono già in Terminator 2: il Giorno Del Giudizio, che era pur bello. Non quanto il primo ma era bello. Un film a cui sono anche molto affezionato: lo vidi al cinema con papà nel '91, avevo 7 anni e rimasi sbalordito (come tutti a quell'epoca) degli effetti speciali: uomini robot che uscivano dagli specchi e che cambiavano aspetto e voce all'occorrenza. Ad ogni passaggio in TV (abbastanza frequente per tutti gli anni '90) vedevo e rivedevo quel film ricordandomi del pomeriggio con mio padre e ignorando l'esistenza d'un capostipite che invece veniva mandato in onda rare volte. Eppure era ovvio che un film che si chiamasse Terminator 2 avesse avuto anche una prima puntata.
Puntata che rispetto al seguito (l'unico da prendere in considerazione) sembra un film d'avanguardia action, roba di gran livello: dopo l'incipit irresistibile il film schiaccia il pedale dell'azione e diventa vorticoso. Mette a ferro e fuoco Downtown L.A. mantenendosi a velocità estrema e senza dimenticare profondità dei caratteri e coerenza della storia. Il b-movie si carica di significati e arricchisce le emozioni di complessità narrativa.
Gioca sulla corporeità di tutti i personaggi, si fa beffe della moda e degli ambienti post-punk degli anni '80 pur inglobandoli nello svolgimento. Si concede pause brevi e perfettamente funzionali all'architettura dell'epopea che costruisce, un immaginario strampalato da prodotto di secondo ordine a cui James Cameron dà credibilità.
È cyberpunk, è scrittura. Chissà se i pochi spettatori, leggermente soddisfatti (così a me è parso), l'abbiano capito.
VP