Per chi ama la letteratura, scrivere racconti, essere cittadini del mondo e riflettere sulla Settima Arte
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giovedì 21 novembre 2019

L'Istituto (2019) by Stephen King




The Institute (2019)
di Stephen King
edizione Sperling & Kupfer - pag. 565
21.90 euro


Ci sono ripetizioni che non sono così stanche e barocche come negli ultimi film di Tarantino. Ripetizioni che invece hanno il sapore di un delizioso ritorno a casa. Questa è l'ultima fatica letteraria di un autore superbo, ormai diventato anche icona di stile e proprietario de facto dei temi che gli appartengono e che qui sono riproposti in un modo organico e veloce. Stephen King significa bambini con poteri immensi che si ritrovano a fronteggiare un mondo ostile creato dagli adulti. Significa pistoleri veri o improvvisati o camuffati sotto altre sembianze ma che poi vengono fuori in tutto il loro eroismo, marcando il confine tra giusto e sbagliato pur tenendo conto delle ambiguità sottili dell'esistenza. Significa viaggi verso la libertà e di terre desolate che vanno dal Maine al South Carolina e oltre.

Significa in questo caso una narrazione che parte in modo travolgente con un doppio binario destinato a incrociarsi e man mano che le strade tendono sempre più a divergere la tensione sale, la posta in gioco si alza e si continua a fidelizzare con ogni personaggio, perfino tra i malvagi, per poi scoprire che le cose non sono mai così semplici. Che anche la risoluzione positiva dello scontro in realtà potrebbe portare alla madre di tutte le sconfitte: la fine dell'umanità. C'è Stand By Me (le dinamiche tra bambini), ci sono l'Incendiaria e Carrie (i poteri paranormali), c'è una fuga sanguinosa piena di dolore ma anche di gioia per la libertà ritrovata (una cosa che noi non smettiamo mai di sottovalutare nelle nostre vite) come potrebbe essere in The Shawshank Redemption o nei mondi astratti de Il Talismano, che almeno apparentemente non sono così lontani dal cosiddetto New England. Ci sono scelte che puzzano tanto di Ka (destino) e che in Florida fanno scendere da un volo in partenza per New York City e una vita nuova nel posto di provincia che non ti aspetteresti mai.

Ci sono riferimenti alle segregazioni in nome di una razza o di ricerche scientifiche nel Novecento che sono effettivamente un po' forzati e trattati con troppa leggerezza... il continuo ricordare gli orrori dei lager nazisti, per un romanzo di genere che invece vive di una delicatezza psicologica notevole, è abbastanza di cattivo gusto e fuoriluogo.

Per il resto è il King che ricordavamo da bambini (per quanto qui in sede di traduzione ci sia Luca Briasco e rimpiazzare il compianto Tullio Dobner che un anno fa ci ha lasciato) e per noi, quanto per i personaggi del romanzo, è davvero un bel ritorno alla meravigliosa letteratura americana che ci ha cullati per mano del Re: la nostra amata casa.


VP

martedì 26 marzo 2019

Dove Eravate Tutti (2011) by Paolo Di Paolo

Quando ad un compleanno (il 35esimo) ti regalano un romanzo, peraltro di un autore che non conosci come narratore bensì per la sua carriera giornalistica, è sempre una questione di tempo. Tempo passato nella libreria di casa finché una settimana che hai completamente libera, e nella quale ti trastulli in un riposo di oasi interiore, riprendi quel volumetto che dopo qualche mese si è impregnato di granellini di polvere e finalmente decidi di onorare il regalo in sé e la persona che te l'ha portato in dono.

Questa recensione non può dunque che essere dedicata a Lorenzo, il quale al di là del giudizio finale ha ben scelto la sua proposta per i motivi che ora andremo ad analizzare nel dettaglio.




Dove Eravate Tutti
di Paolo Di Paolo
edizione Universale Economica Feltrinelli -
pag. 220


Essere un classe 1983 e arrivare al 2009, anno di chiusura degli eventi narrati, pieno di dubbi. Dubbi sulla natura ancora ambigua di una generazione che ha passato gli "anni senza nome", ovvero gli anni Zero, tra viaggi, laurea e Berlusconismo a regime esattamente dal 1993 in cui il benessere dell'Italia degli anni '80 veniva spazzato dalla tempesta Tangentopoli e dalle stragi in Sicilia. Il protagonista è un tale Italo, ma in realtà è Paolo Di Paolo stesso... anzi no, in realtà i protagonisti siamo tutti noi che nel 1983, anno più anno meno, ci siamo nati... e ricordiamo perfettamente come gli anni senza nome siano iniziati, con lo stordimento di un essere italiani che non sarebbe stato più lo stesso, la perdita delle usanze di nonni e genitori che vanno su tutte le furie e si riprendono il diritto di fare le cazzate più giovanili che la nascita dei figli (prematura per i tempi attuali e invece usuale fino per l'appunto alla rivoluzione liquida partita nel '93) aveva precluso: il padre di Italo investe con la macchina un suo studente, forse volontariamente, la madre ad un certo punto prende la valigia e se ne va a Berlino, città che diventa a cavallo tra gli anni senza nome e gli anni '10 del nuovo millennio il centro catalizzatore delle ossessioni di una borghesia italiana stordita e che si muove tra il ricordo del tempo magico (il primo capitolo sugli anni '90 si intitola per l'appunto Fine Della Magia) e l'avvento dell'esterofilia berlinese.

Un'esterofilia forse falsa, perché la ragazza che Italo aveva fantasticato da pre-adolescente, su Facebook ha lo stato impostato a Berlino e Italo, che ci va in cerca della madre e anche in cerca un po' di se stesso, spalanca le porte alle suggestioni più disparate. Per poi scoprire che quello stato era per l'appunto solo una fantasia, una dichiarazione di intenti mai esaudita. La ragazza è ancora a Roma e il futuro chissà.

Paolo Di Paolo è un cronista de La Repubblica e dell'Espresso, voce ormai non più giovane di un modo di essere umanistici a Roma in questi anni. La sua predisposizione al racconto a metà strada tra giornalismo e scrittura creativa è evidente, soprattutto nella seconda parte di questo libricino, tutta incentrata sulla cronistoria, con tanto di foto di prime pagine di quotidiani nazionali, degli anni appena passati (dall'ossessione del Millennium Bug del Capodanno 2000, che fu per i classe 1983 anche il primo Capodanno di massa fuori di casa con gli amici, un dettaglio che non può non risultare emozionante per chi si trovava lì, a Roma, stesso periodo e stessa età, all'aggressione a Berlusconi nel 2009 con una statuetta del Duomo). Berlusconi che il protagonista cerca già di storicizzare con una tesi di laurea che non sarà accettata da docenti e assistenti.

Il meglio del libro è proprio in questi particolari che indagano sulle pulsioni di periodi ancora non decodificati dalla cultura di massa (soprattutto nel 2011, anno di pubblicazione), è il segmento in cui l'opera vola sulle ali del racconto generazionale, che parte dal privato per arrivare alla coscienza collettiva. Di Paolo non riesce però a mantenere lo stesso standard di brillantezza e di originalità nella terza parte berlinese, macchinosa, inconcludente come le impressioni e le scelte del protagonista. Tutto sommato, a lettura ultimata, si ha la sensazione di qualcosa di molto artefatto, di studiato a tavolino... e le note finali dell'autore confermano pienamente: si parte da un fatto di cronaca davvero accaduto (un professore che ha investito due studenti) e si procede con una serie di rimandi culturali scolastici che vanno da Rimbaud a Henry Miller a Walter Benjamin.

Insomma Di Paolo non è Pier Vittorio Tondelli ovvero colui che diede voce alle controculture giovanili a cavallo tra gli anni '70 e '80, quando affrontare certi temi era di gran lunga più ardito. Dove Eravate Tutti ha lo stesso valore di un film sulla borghesia romana che si sfascia diretto da Gabriele Muccino. Però è piaciuto in tanti, segno che noi classe '83 iniziamo davvero ad essere Storia.


VP

mercoledì 24 agosto 2016

Q (1999) by Luther Blissett (Wu Ming)



Q (1999)
di Luther Blissett (Wu Ming)
edizione Einaudi - Numeri Primi - pag. 643
14 euro


Viaggio ai tempi della post-Riforma Luterana, coi contadini arrabbiati dalla false promesse del teologo che diede inizio alla presa di distanza da parte del Nord Europa verso il potere centrale di Roma. Dal 1515 al 1545: epopee di lotta di classe ante-litteram con i figli della violenza e del degrado, gli oppressi, i poveri del proletariato, che se la vedono con la ferocia di un potere quasi imbattibile, quello delle classi egemoni diluite e spartite tra religione e finanza. I vescovi cattolici e i nobili del Sacro Romano Impero, i banchieri di Dio come i Fugger che controllano il flusso spaventoso di denaro grazie a delle cambiali scritte e aggirabili se si è abbastanza impavidi.

Impavidi come il protagonista di questo grande romanzo di ideologia marxista/anarcoide. Un protagonista senza nome, che entra ed esce dalle dispute e dagli scontri a fuoco, dalle persecuzioni, con tante ferite e una tempra inossidabile. A volte si fa chiamare Gert Dal Pozzo, altre volte si mischia con la fauna che di volta in volta rimane invischiata nelle maglie della Storia cambiando identità, cercando di studiare il nemico. Prima Wittenberg e l'Università con gli scontri teologici (si incontrano Melantone, Carlostadio e altri protagonisti della scena sassone di allora, tra cui il Magister Thomas Müntzer, inviso a tutti, anche ai luterani, per un'interpretazione quasi Comunista della Cristianità). Si passa poi per Münster, la città che più di tutte si è ribellata al potere, la nuova Gerusalemme (o nuova Sion), caduta per la follia totalitaria del predicatore Jan Matthys (trascinato dalle tentazioni del potere) e dell'attore/puttaniere (ex pappone) Jan di Leiden: l'anabattismo anarchico, un po' figlio dei fiori che fu inviso da tutte le correnti ufficiali e dal Concilio Di Trento. E poi l'Olanda, Anversa, i grandi centri mercantili finanziari, dove il marcio genera flussi e altri massacri. Per poi scoprirsi editori in Svizzera (Basilea) e Italia (nelle piazze libertine di Ferrara e Venezia la Serenissima) grazie a Pietro Perna (grande tipografo del XVI secolo) per la diffusione del libro scandaloso per eccellenza e prontamente perseguitato dalla Santa Inquisizione: il Beneficio Di Cristo di Benedetto Forlanini.

Ogni azione porta una reazione del potere; per reagire esso ha bisogno di occhi che si intrufolano, che spiano, che agiscono per il bene della Santa Sede: occhi mercenari come i Lanzichenecchi ma più subdoli. Gli occhi di Qoèlet l'Ecclesiaste (o Q.), al soldo del perfido, Alto e Reverendissimo Cardinale Gian Pietro Carafa poco prima che egli diventasse Papa Paolo IV, quello che sguinzagliò la terribile Inquisizione.

Ė un gioco del gatto col topo, quello tra l'uomo di Carafa e il condottiero degli oppressi. Quasi si cercano a vicenda prima dello scontro finale. E la salvezza non può che essere al di là delle linee del mondo occidentale, a Istanbul, sotto la protezione del Sultanato Ottomano: una civiltà superiore, con bagni e acqua calda che allieta i reumi.

Quella dei Wu Ming, sotto il primo pseudonimo di Luther Blissett (che negli anni '80 altro non era che il nome di un mediocre attaccante inglese del Milan di Castagner post-Serie B), è una lettura lunga, bella e importante. Scritta presumibilmente a otto mani (Roberto Bui, Giovanni Cattabriga, Federico Guglielmi e Luca Di Meo) ha un ritmo del racconto sostenuto e che trasporta il lettore davvero alla prima metà del XVI secolo. Interpreta i moti rivoluzionari dei contadini sassoni e dei primi editori (viene citato anche Aldo Manuzio) come primordiale lotta di classe che ha sconquassato l'intero blocco occidentale, con le ingerenze non solo della Chiesa dominante e dei luterani saliti al potere ma anche di Carlo V d'Asburgo.

Non a caso il romanzo (l'unico di autori contemporanei) è stato citato a mo' di scudo, che protegge la cultura dai poteri, nelle varie manifestazioni di piazza con cariche della polizia. L'interpretazione, che può essere tutto sommato giusta, appesantisce un po' l'epica del racconto. Ci sono un sessantina di pagine di troppo: la militanza chiara dei firmatari del collettivo Wu Ming (esaltata dalla portata politica del contesto) talvolta appare strumentale e tendenziosa. Non mina la bontà della letteratura ma non si amalgama di fino con le cronache dei tumulti e le sensibilità dei personaggi.


VP

sabato 16 luglio 2016

Pastorale Americana (1997) by Philip Roth



American Pastoral (1997)
di Philip Roth
edizione Einaudi Super ET
14 euro


Memorie del Mito dell'America che fu, l'America dell'immediato Dopoguerra, in cui tutte le famiglie devastate dai conflitti ricostruivano la grande industria e una società basata sulla tolleranza ma anche sulla diversità etnica e religiosa. L'immagine perfetta di questa spinta è Seymour Levov, biondo dal fisico aitante ed educazione "right", compendio del sogno di una perfezione perbene e moderata della borghesia ebraica. Giocatore di baseball collegiale e gentleman, acclamato, invidiato con rispetto, innalzato a totem di un modo ideale di essere maschi a fine anni '40. Un uomo così non può che desiderare il meglio, ovvero una Miss New Jersey '49, che è candida, elegante e di una bellezza struggente ma ha un difetto: è Cattolica e irlandese. Levov per la prima volta contraddice la pastorale di suo padre, titolare di una fabbrica di guanti che ha dato lavoro a tanti ma forse nei prossimi decenni delocalizzerà in Porto Rico e in Cecoslovacchia, generoso e austero esponente dell'America immigrata che a Newark s'è tolta dai pericoli delle strade per chiudersi in un rispettabile ghetto di produttiva ricchezza. È da questa piccola e innocente trasgressione che nasce la contropastorale: contropastorale che è controcultura, che si nutre della guerra in Vietnam, di Richard Nixon e del Waltergate, si nutre di una balbuzie adolescenziale e di un rapporto difficile con la famiglia (per quanto democratica e progressista pur sempre Ebraica e perbene) per poi liberare la propria carica distruttiva nel '68, quando Merry, l'amata figlia, scardina le sbarre dorate e abbraccia il Comunismo prima, la strategia del terrore poi finché non trova la purezza nell'estremismo religioso indiano. Un tale Zuckerman, scrittore e spettatore della grandezza del giovane Levov lo Svedese, racconta liberamente la loro storia, dopo un paio d'incontri con Jerry (il fratello di Seymour, divorziato e chirurgo benestante) e con lo Svedese stesso poco prima che la morte se lo porti via, con la sua malinconia e l'immortale tendenza del dare a tutti sempre un'impressione positiva e leggendaria di sé.

Il tema è importantissimo e attuale: il cambio di mentalità e di atteggiamento verso la vita e la comunità, la fine del Mito, l'inizio anche innocente della violenza, lo scontro tra senso d'appartenenza tradizionale e progresso e le sue derive, dai movimenti giovanili alla pornografia (più volte è trattato l'avvento di Gola Profonda e Linda Lovelace). Diversità e rispetto. La libertà e i limiti. Visioni del mondo comunitarie spazzate via dalla curiosità verso il diverso e insofferenza per le contraddizioni del mondo e le ipocrisie delle classi agiate che oziano e chiacchierano. Un'età dell'oro della morale che soccombe alla voglia viscerale di distruggere nuovamente per ricreare ancora sotto nuovi auspici e valori.

Il romanzo centra perfettamente i suoi intenti: è lungo, prolisso, ripetitivo, fatto di piccole scene (l'elezione di Miss New Jersey, le partite di baseball dello Svedese, la nascita di Merry, le devastazioni delle minoranze nere di Newark) che l'autore ripropone continuamente fino allo sfinimento. La lettura è infastidita e ci si domanda per quanto ancora Philip Roth ci voglia trasportare su e giù per gli stessi tre decenni (dal '40 al '75) e sottolineare le ossessioni conformiste della borghesia che descrive e di cui fa parte.

Forse non potrebbe essere altrimenti ma, al netto dell'importanza e dell'unicità tema, il fastidio accompagna il lettore fino al finale piuttosto caotico. Un autorevole scrittore sopravvalutato?


VP

mercoledì 22 giugno 2016

Altri Libertini (1980) by Pier Vittorio Tondelli




Altri Libertini (1980)
di Pier Vittorio Tondelli
edizione Feltrinelli - pag. 195
8.50 euro


Cinque storie, cinque quadri di gioventù cicalante di fine anni '70 che percorrono la lunga autobahn (anche titolo dell'ultimo racconto) che porta da Carpi fin su ad Amsterdam. Capita quindi di ritrovarsi al posto ristoro nebbioso dove, in attesa del treno, un'umanità fattona e rimastina è invischiata in problemi senza via d'uscita che non sia il continuo bucarsi; così come capita di stare in un gruppo di superchicche che scatenano la propria vitalità (con mani, lingua e capoccia) per le vie dell'Emilia forse creando arte e scene culturali o forse navigando nel vuoto assoluto; così come capita di ritrovarsi tra Bruxelles ed Amsterdam, lavorare sottopagati con l'intenzione iniziale di prendere un aereo addirittura per l'India dove le sostanze attendono i libertini europei, e invece dormire nei sottoscala e intanto amarsi, fottersi, mandarsi a quel paese, per poi ritornare a casa a Correggio ché forse tutto può cambiare. Amori e invidie omosessuali, inter-etniche, di un'umanità che si sostiene coi rituali, essi siano droga, sesso, una mostra contemporanea o un cineforum.

I ventenni alternativi, autonomi, imparentati col Partito Comunista ma abbastanza europei da affacciarsi al di là dei muri ideologici, sono stati i pionieri (e forse gli unici veri artefici) di uno spirito avanguardista transnazionale teso ad assorbire le pulsioni e le opportunità del libero mondo pur rimanendo fedeli al rapporto col territorio natale. Tondelli ha fatto parte di quella generazione e nel suo tribolatissimo lavoro (sequestrato per oltraggio della pubblica morale), libera lo stile dalle maglie del giornalismo d'inchiesta sui rituali giovanili (di cui è stato istituzione), si permette termini onomatopeici inventati di sana pianta, non disdegna le bestemmie (riportate solo nell'edizione Feltrinelli) e un ritmo del racconto scanzonato che si sviluppa con uno stream of consciousness sporchissimo e diretto.

Anticipa di pochi anni tutto il Brat Pack americano e sorprende per come i caratteri (a quasi quattro decenni di distanza) risultino attuali, perfettamente aderenti alla generazione hipster dell'Italia in crisi. Avveniristico, dunque profetico.


VP

sabato 14 maggio 2016

Superwoobinda (1998) by Aldo Nove



Superwoobinda (1998)
di Aldo Nove
edizione Einaudi stile libero - pag. 200
11 euro


"Ho ammazzato i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure & Vegetal", così iniziava un manoscritto che nel 1996 l'editore Alberto Castelvecchi si vide recapitare in quel di via Isonzo (la strada delle case editrici romane) a firma Aldo Nove: un laureato in Filosofia Morale che chiedeva la pubblicazione per tirar su qualche soldo per "andare dai travestiti", come riportava la lettera d'accompagnamento alla seconda volata di bozze, di cui il prode Castelvecchi ci faceva partecipi nel colophon della sua edizione. Arrivava nelle librerie italiane Woobinda: e Altre Storie Senza Lieto Fine, antologia di micro-racconti divisa in 8 lotti di 5 storie ciascuno, successo letterario che portò alla ribalta un'avanguardia cannibale che nei decenni successivi si ripulirà a dovere (tra un Ammaniti diventato autore trasversalmente riconosciuto e lo stesso Nove che addirittura nel 2014 se ne uscirà con un romanzo su San Francesco).

Due anni più tardi (1998) Einaudi prende con sé il giovane Aldo e gli 8 lotti di Woobinda ampliandoli con altre 2 sezioni: "Il fantasma della f*** azzurra e altre storie moderne" e "Il mondo bello come le Spice che ballano e altre storie mitomoderniste". Nasce così l'attuale Superwoobinda, decalogo di perversioni italiane anni '90 che si consumano sullo sfondo di supermercati, strade e ambienti domestici con la complicità di un tubo catodico che non lascia via di scampo coi suoi buonisti messaggi promozionali (Nove si concentra soprattutto sulla TV commerciale di Berlusconi) a cui non possono che seguire le violenze più efferate, le visioni distorte, come naturale conseguenza della fine dei valori sociali e della solitudine individuale e individualista.

E allora ecco un figlio che uccide i genitori per non aver comprato il bagnoschiuma Vidal (il cavallo della vecchia pubblicità era un simbolo di purezza), la donna che desidera una notte di sesso con Magalli, una ragazza che acconsente a farsi praticare il cunnilingus mentre guarda l'Esorcista. E poi echi del conflitto in Jugoslavia e della povertà in Ruanda, yogurt, Carla Bruni, Gesù Cristo, il Pam, la merda e così via. Ogni narrazione inizia con la presentazione in prima persona del protagonista (che a volte è anche morto), con particolare attenzione ai segni zodiacali.

Il piccolo volume, frammentario, leggibile in piena libertà, senza un filo logico che non sia quello del sarcasmo, è senza dubbio uno dei più rappresentativi del nichilismo esistenziale e politico che il contatto quotidiano con il mezzo televisivo ha portato nell'inconscio degli italiani. La prima parte, ovvero i lotti castelvecchiani del '96, è un susseguirsi di visioni, errori grammaticali, sintassi colloquiale, provocazioni linguistiche, interruzioni (proprio come si trattasse di un disturbo della frequenza di un apparecchio audiovisivo di quegli anni) che diverte e raggiunge pienamente il suo obiettivo.

Nelle rimanenti sezioni aggiunte nel '98 la formula perde brio, s'incarta sulle sue caratteristiche, in alcuni tratti cade rovinosamente nella retorica di cattivissimo gusto (non si sa quanto di proposito): il racconto in prima persona di Marta Russo (universitaria uccisa in quegli anni) è un colpo basso che puzza di moralismo stantio.

Tutto sommato l'edizione targata Castelvecchi, per quanto più povera, era di gran lunga più coerente in quanto immediata. A volte la piccola editoria batte la sorella più ricca di grande tiratura.


VP

giovedì 29 gennaio 2015

Shenzhen (2000) by Guy Delisle



Shenzhen (2000)
di Guy Delisle
edizione Rizzoli Lizard - pag. 150
16 euro


Primo reportage disegnato firmato dal celebre fumettista canadese. Di tutti i volumi in seguito pubblicati questo è il più profondo, il più oscuro, il più dirompente. Quasi si stenta a credere che sia lo stesso autore di Cronache Birmane o Cronache Di Gerusalemme; o meglio, Guy è sempre Guy, la voce è sempre intima e curiosa verso il mondo ignoto che lo circonda, ma l'ironia vira in nero supportata da un tocco di matita nervoso e sporco.

Il cielo e gli edifici della Repubblica Popolare Cinese, immortalata a inizio secolo, quando la potenza economica era ancora in startup e la forza lavoro a basso costo ancora una realtà locale, non moltiplicata dalle reti della globalizzazione, sono grigi in un bianco e nero che non contempla mai appieno alcuno dei due colori.

E Shenzhen, con la sua edilizia socialista, la sua diffidenza verso i forestieri abbandonati ad una solitudine tra le strade brulicanti, il suo caos che affonda nell'assurdo (il parco Window Of the World con le città in miniatura), arriva a noi come un incubo a cielo aperto, la cartina di tornasole di dove sta andando l'economia mondiale, di come le nostre vite in questo XXI secolo stanno cambiando con l'inevitabile scontro col colosso cinese. Colosso che regola il sistema capitalista mondiale pur essendo retto da un governo Comunista, che porta il mondo del lavoro al ribasso ridefinendo la soglia di sopportazione umana ad una vita alienante.

Lo sguardo del protagonista talvolta risulta invecchiato e fermo al passaggio tra i due secoli e i due millenni. Il mondo che descrive ormai è scontato: un orrore più grande di Pyongyang.


VP

Pagine Nomadi - Storie Non Ufficiali Dell'Ex Unione Sovietica (2012) by Igort



Pagine Nomadi - Storie Non Ufficiali Dell'Ex Unione Sovietica (2012)
di Igort
edizione Coconino Press - Fandango - pag. 176
16 euro


La celebrazione del proprio lavoro è sempre una via ricca d'insidie, soprattutto se sei diventato il curatore di una collana (Coconino Press). Il fumettista Igort si autopubblica un resoconto finale dell'esperienza ex Sovietica, divisa tra Ucraina e Russia, di cui avevamo già letto gli omologhi Quaderni, stavolta spalancando direttamente le porte ai ricordi propri e al rapporto intimo con la matita.

Ne esce fuori un collage di elementi vari ed eterogenei, che spaziano dalla studio della retorica propagandistica sovietica, al tratto del disegno, ai pensieri d'infanzia e all'idea del Comunismo, alle impressioni più nascoste e personali sui personaggi immortalati nei Quaderni, ai resoconti degli spostamenti tra l'Oblast di Dnipropetrovsk e la Siberia. In più appunti da taccuino scritti a penna, scannerizzati, in un corsivo bello, strafalcioni grammaticali di un contenuto caldo e passionale. Dietro ogni imperfezione c'è una storia non raccontata e percepita il giusto da assaporarne gli echi nel tempo.

Un libro che potrebbe dir poco ma in realtà dice tanto, che vive nella zona d'ombra del processo creativo alla base di tutte le opere. E forse il volume migliore che illustra la preparazione tecnica e psicologica di una graphic novel.

Con un pizzico di vanità, quello sì, ma assolutamente sincero.


VP

giovedì 22 gennaio 2015

Quaderni Russi (2011) by Igort



Quaderni Russi (2011)
di Igort
edizione Mondadori - Strade Blu - pag. 180
18 euro


Cosa avremmo saputo della Cecenia e del conflitto ormai ventennale nel Caucaso senza il lavoro di Anna Politkovskaja? Probabilmente saremmo stati ignari delle atrocità compiute dall'esercito russo in quel di Groznij, tra torture, soprusi a atti gratuiti.

Dopo i meravigliosi Quaderni Ucraini, per la sua trasferta in terra russa Igort dedica matita e anima al lavoro della giornalista di Novaja Gazeta, freddata da un killer nel 2006 sul pianerottolo del palazzo di Lesnaja Ulitsa dove viveva con la famiglia. Si reca personalmente sul luogo del delitto e ripercorre le gesta di Anna fino ad addentrarsi nella natura sporca e corrotta della questione cecena, territorio che tuttavia l'autore non ha visitato di persona. Egli si attiene alle narrazioni della giornalista di cui mostra le violenze (incluso l'atto di terrore al teatro Dubrovka di Mosca) senza affondare nella profondità dell'esperienza intima e personale.

Rispetto al precedente sull'Ucraina, Quaderni Russi non possiede la forza dello sguardo sulla realtà. Non c'è la Storia, non si respira la difficoltà del vivere, bensì la difficoltà del sopravvivere che è un punto cardine di ogni vicenda bellica. Il sangue, i metodi di tortura, il lavaggio del cervello operato sui giovani soldati che agiscono inumanamente sulla popolazione locale, catapultano il lettore nell'inferno in cui il tempo si è fermato in una dimensione di dolore. La poesia è sovrastata dall'abominio, la voce politica e accusatoria verso il governo russo viene fuori.

In questo caso il lavoro di Igort risulta grossolano. Accusa, colpisce l'obiettivo, impressiona senza coinvolgere. E prende una posizione netta e drastica, senza sfumature, nel tentativo di sacralizzare il più possibile la figura della giornalista.


VP

Quaderni Ucraini (2010) by Igort



Quaderni Ucraini (2010)
di Igort
edizione Coconino Press - Fandango - pag. 192
18.50 euro


Il dolore e la morte, la malattia e l'abbandono; fattori che nell'Unione Sovietica di una volta accompagnavano l'estetica tronfia della propaganda di regime con effetti nefasti per i singoli individui.

Soprattutto in Ucraina, terra ricca, granaio d'Europa, ancora oggi contesa, occupata, divisa, dilaniata da una guerra civile che distrugge la dignità di popoli forzati a convivere per volere di Stalin, la sopportazione di una vita difficile diventa il leitmotif secolare della quotidianità di ognuno.

Dal 1931, anno del via alla collettivizzazione del grano fino alla persecuzione dei kulaki (i contadini) nemici del popolo, rastrellati, lasciati morire di fame, talvolta deportati nei lager siberiani in condizioni inumane alla Seconda Guerra Mondiale e la scarsità di cibo, ai tempi di Chruščëv e di Brezhnev e di un benessere modesto ma sufficiente per sorridere al mondo, al nuovo conflitto nel Donbass in cui l'autore prende le parti dei rivoluzionari di Maidan contro l'occupazione di stampo russo.

Quest'ultima parte è stata aggiunta nell'ultima edizione del 2014, come cappello finale che si lega ai Quaderni Russi dove l'occhio dell'autore è più smaccatamente politico che esistenziale. Il resto è uno splendido viaggio nel grigiore del popolo di Dnipropetrovsk, città in cui Igor Tuveri, in arte Igort, (fumettista sardo molto attivo sulla scena alternativa dagli anni '80 in poi, collaboratore di pilastri del disegno nostrano come Frigidaire) ha passato mesi nel 2008, districandosi nei mercati della città in cerca delle storie di quegli individui invisibili che sono la testimonianza di ciò che il Comunismo ha significato in quelle terre.

Il tratto del disegno è bellissimo, s'infila nelle piaghe dei volti scavati e offesi dalla Storia, nello strazio di lavori che affondano nella miseria umana: una vecchia donna misura il peso della gente per pochi copechi mentre la figlia è disoccupata, un divorziato vittima della perfidia femminile rimane lontano da tutti, il suo unico amico, colui che l'ha salvato dalla malattia, muore, i kulaki diventano scheletri prima di finire nelle fosse comuni.

Una meraviglia, con un nuovo finale che forse non serviva. O meglio, che è un'altra storia da approfondire.


VP

Berlin - Cronache Di una Città Divisa (2013) by Susanne Buddenberg & Thomas Henseler

Questa graphic novel non è ancora stata pubblicata in Italia. L'ho presa al negozio di souvenir di una vecchia prigione (oggi museo) della ex Berlino Est. In patria gli autori sono famosi abbastanza da permettervi di esaudire la vostra curiosità e toccare con mano i loro lavori da qualsiasi angolo della Germania cui vi troviate.

Ho deciso di recensirla in quanto mi sto recentemente interessando al genere (come ben avrete notato con i lavori del canadese Guy Delisle), per spiegare, con un esempio eclatante, come a mio avviso una graphic novel NON dovrebbe essere fatta.

Buona lettura.





Berlin - Geteilte Stadt Zeitgeschichten (2013)
di Susanne Buddenberg & Thomas Henseler
edizione Avant-Verlag - pag. 97
14.95 euro


La dittatura è una cosa brutta, molto brutta. Soprattutto se al di là di un muro c'è la libertà, pur con tutte le sue contraddizioni e sofferenze. Per 28 anni Berlino è stato un luogo sospeso tra la diffidenza di due mondi che si guardavano minacciosamente. Ad andarci di mezzo sono stati gli abitanti, divisi, spiazzati, uccisi da una barriera eretta nel 1961 che ha cambiato le vite di tutti: dalle amicizie, agli affetti, ai posti di lavoro non più raggiungibili. Tanti cercarono di scappare dal Comunismo e da quel perimetro che rese la parte occidentale della città un'enclave circondata da un territorio rosso tenuto in ostaggio dalle promesse d'uguaglianza. E tante sono le storie che ancora oggi ci sorprendono in merito alle fughe, ai rapporti, agli incontri clandestini e non, al controllo della Stasi sugli abitanti, alle linee di superficie e di metropolitane completamente separate.

Incredibile che fino a 30 anni fa fosse tutto così, oggi che con un low cost si raggiungono le mete del Socialismo d'una volta senza visti, permessi speciali o frontiere impossibili. Tanta gente c'ha perso la vita per ciò che il corso degli eventi c'ha reso scontato: proprio per questo, per raccontare le storie vere di chi ha sofferto e combattuto, la Federal Foundation For the Reappraisal Of the SED Dictatorship (Bundesstiftung Zur Aufarbeitung Der SED-Diktatur) ha supportato questa graphic novel firmata Susanne Budderberg & Thomas Henseler.

Cinque vicende intervallate da informazioni su come fossero le cose al tempo, che ci arrivano secche e pungenti con la sola forza della loro drammaticità. Bastava raffigurarle così come fossero, senza il bisogno d'altro che non fosse il destino dei singoli personaggi, ingabbiato dallo scorrere degli eventi e dal potere invisibile e crudele della politica.

Gli autori, invece, attenendosi strettamente al loro scopo educativo, nel senso più scolastico del termine, schiacciano forte il pedale della tragedia lasciando ben poco all'immaginazione e al pathos del non detto. Ogni emozione, ogni ingiustizia viene accompagnata dalla voce didascalica dei personaggi e del narratore. Il risultato è irritante, perché il disegno è bello (pur con qualche inserto fotografico che in una graphic novel dovrebbe del tutto lasciar spazio alla matita) e le curiosità svelate sono davvero tante. La necessità di informare e di commuovere a tutti i costi spegne l'eco della Storia e lo strazio dell'ingiustizia. Manca del tutto la sensibilità nel tratto dei personaggi.

Come se tutto ciò che è accaduto non bastasse ad evidenziare la gravità di una lacerazione che dopo decenni non ha smesso di dolere.


VP

mercoledì 21 gennaio 2015

Cronache Birmane (2007) by Guy Delisle




Croniques Birmanes (2007)
di Guy Delisle
edizione Rizzoli Lizard - pag. 263
18 euro


Per Guy e la compagna Nadège è la volta del Myanmar, la nazione conosciuta anche come Birmania. Insieme a loro, stavolta, c'è anche un cucciolo d'uomo, il figlio Louis che per primo conoscerà le attenzioni che il popolo birmano riserva ai piccini. Le coccole e le continue domande su di lui sono il primo vero punto su cui costruire l'analisi su una delle più spietate e opprimenti dittature al mondo.

Un governo che mette paletti a qualsiasi organizzazione umanitaria (persino grande come Medici Senza Frontiere) per raggiungere villaggi afflitti da malattie e abbandono, che mostra i muscoli a ogni angolo di strada, a suon di costrizioni, che esclude dalla vita sociale la pericolosissima intellettuale oppositrice del regime Aung San Suu Kyi, esiliata in una villa circondata di posti di blocco e completamente irraggiungibile, pur con il supporto e la vigilanza del mondo libero.

Ma come ogni altro regime, anzi stavolta forse anche di più, la Birmania mostra le sue grottesche falle: dalle t-shirt con le svastiche indossate dai giovani come simbolo pop ai problemi di connessione a Internet che renderanno il lavoro del disegnatore ai limiti del possibile, dallo smercio dei film e dei videogiochi americani "piratati" alle cinture di sicurezza inutilizzate in macchina per sfuggire alle reti della corruzione delle forze dell'ordine (che alla vista dello straniero educato alla guida, non resistono alla tentazione di uno stop e di multe inventate che solitamente si limitano a non più di qualche centesimo di dollaro).

In tutto ciò la comunità internazionale (imprenditori, dipendenti di aziende appaltatrici, consoli, funzionari diplomatici) si rintana in un paradiso di sfarzi tra piscine, feste e cene del tutto estranee al contesto del territorio.

Delisle racconta l'assurdità birmana con un tratto morbido e un disegno pulito. La narrazione, come al solito frammentaria e tesa a mettere sul piatto il maggior numero di temi possibili, è distesa, piacevole, tranquilla, divertita. A differenza di Pyongyang l'autoritarismo in questo caso è trattato a mo' di barzelletta, aprendo le porte della curiosità a un mondo in apparenza meno claustrofobico della Corea Del Nord.

Dei lavori di Delisle sulle sue trasferte è il più leggero. A volte col sorriso quasi ci si dimentica di quanto la dittatura sia feroce.


VP

sabato 21 dicembre 2013

La Leggenda Del Vento (2012) by Stephen King






The Wind Through the Keyhole - A Dark Tower Novel (2012)
di Stephen King
edizione Sperling & Kupfer (collana Pandora) - pag. 374
19,90 euro


Roland e i suoi compagni di ka-tet si rifugiano in una casa abbandonata di solide pareti prima di entrare a Calla Bryn Sturgis. Fuori, nell'aperto del Medio-Mondo, imperversa il terribile starkblast, una tempesta gelata, che non dà scampo a chi non trova immediatamente un riparo. Così, Roland riunisce tutti attorno a un caminetto i suoi compagni Jack, Susannah, Eddie e il bimbolo, una sorta di riccio, Oy per uccidere il tempo con una di quelle storie di cui c'è sempre il bisogno di ascoltare. È un gioco a scatole cinesi, perché a sua volta il giovane pistolero Roland, mandato dal padre insieme al fido Jamie De Curry nella provincial di Debaria, per risolvere la serie di omicidi terribili da parte di un mutante chiamato skin-man, stimola il coraggio di un giovane orfano senza speranze con l'incredibile storia del bambino Tim Ross, la leggenda del vento. Rimasto anch'egli orfano e con un patrigno violento che si scaglia ripetutamente sulla povera madre, se la vede con un Covenanter, una sorta di esattore che riscuote le tasse per conto della contea e ha il potere di espropriare beni e ridurre la povera gente al vagabondaggio, che forse lo inganna ma in fin dei conti lo aiuta, e con una foresta oscura e magica, con strani abitanti e una tigre che nasconde qualcosa.

La serie de La Torre Nera è l'opera immensa di uno storyteller magnifico, capace di creare mondi, universi paralleli e portali della fantasia e tenere incollato a una serie spaventosa di mattoni editoriali (sette volumi) fino a un finale a dire il vero deludente. È basata su un'idea geniale: quella che nel futuro una catastrofe annienterà gli Antichi, ovvero la nostra società contemporanea, per ricatapultare il mondo in un selvaggio west spietato, in cui la tecnologia è un elemento maligno. Questo spin-off, che si colloca tra La Sfera Del Buio (IV) e I Lupi Della Calla (V) possiede tutta la forza della saga, con qualche momento di naturale stanchezza nelle parti centrali delle tre storie, e arricchisce l'universo del Medio-Mondo di nuove magie nere e personaggi terrorizzanti (il Covenanter su tutti).

Rispetto ai libri principali della serie, la suddivisione in tre storie diverse che si inglobano è da un lato omogenea, dall'altro obbliga il lettore a ricominciare con una nuova vicenda, e nuovi personaggi, quando la precedente era ben avviata. Da questo la lettura risulta stressata e un po' disorientante, ma i finali entusiasmanti del secondo e del terzo racconto, più il seguito della marcia del ka-tet verso la Torre Nera, che già gli appassionati della saga hanno terminato, giustificano gli sforzi e riservano i ricordi di un tocco di magia letteraria.



VP

lunedì 11 novembre 2013

Cronache Di Gerusalemme (2011) by Guy Delisle




Chroniques De Jérusalem (2011)
di Guy Delisle
edizione Rizzoli Lizard - pag. 336
20 euro


Ad agosto 2008 Delisle e famiglia arrivano nel territorio occupato di Gerusalemme Est per passare un anno al seguito di Medici Senza Frontiere, l'organizzazione indipendente di soccorso nelle zone fragili del pianeta dove la compagna Nadège presta servizio soprattutto all'interno della striscia di Gaza, dove però all'autore non sarà consentito accedere in quanto fumettista satirico e quindi fastidioso. Inizia un'odissea nell'assurdo fatto di checkpoint continui, visite agli spazi religiosi e rapporti ambigui con le colonie limitrofe, dove l'occupazione di cristiani ed ebrei in terra palestinese viene finanziata da Occidente in attesa di una riappropriazione completa del territorio che, secondo le scritture, sarebbe il preludio al ritorno del Messia. In mezzo ci sono i simboli della religione, gli spazi confusamente ripartiti, continue sopraffazioni etniche e persecuzioni militari, gli ordini ortodossi di tre rispettive religioni che un tempo convivevano in pace ma che dal 1947 si sono fronteggiate in un susseguirsi di attentati e prevaricazioni.

Il tema è forte, importante, ed è trattato nel miglior modo possibile, ovvero con una serie di paragrafi suddivisi per mesi dove tra un giro a Pisgat Ze'ev e un'escursione a Hebron l'autore ci offre uno strumento chiaro e ironico per avere una varietà di punti di vista e di dettagli su un problema chiave della geopolitica e del ruolo della religione nei rapporti umani. Rispetto a Pyongyang il testo perde di poesia, di omogeneità narrativa e non potrebbe essere altrimenti: delle graphic novels del fumettista canadese Cronache Di Gerusalemme è quella dove l'importanza del tema trattato supera di gran lunga la piacevolezza del disegno e il grottesco della realtà che racconta.


VP

giovedì 7 novembre 2013

Il Giovane Holden (1951) by J.D. Salinger




The Catcher In the Rye (1951)
di J.D. Salinger
edizione Einaudi Super ET - pag. 248
12 euro


Calma e gesso: questo è un libro che ha fatto scuola, che ha anticipato moltissimi dei temi della controcultura giovanile, che di lì in pochi anni si sarebbero dipanati tra beat generation e brat pack, per diventare un punto di riferimento imprescindibile del romanzo di formazione. Questa recensione tiene parzialmente conto, in modo intellettualmente errato, dell'anno di produzione e di ciò che il fenomeno Holden rappresenta nella Storia della letteratura contemporanea e si sofferma sulla lettura odierna con tutti i suoi limiti linguistici. D'altro canto l'autore si professa principalmente critico di Cinema e non di Letteratura anche se non si tira indietro dall'ambizione di recensire romanzi. Quindi questo pezzo deve essere preso con le molle e con la coscienza di trovarsi di fronte a un fiume d'ignoranza.

Holden Caulfield giura di aver avuto un'infanzia un po' "schifa" e non è che se la cavi tanto meglio nel presente: è tanto bad boy quanto romantico nel suo modo di vedere il mondo, caratteristiche che lo portano a vagare da un campus scolastico a un altro facendo incetta di espulsioni. Anche stavolta ad Agerstown (Pennsylvania) va male e Holden si ritrova a guardare da una collina la sua ultima partita di rugby: seguono visite ai docenti, un po' cattivi maestri che di lui hanno capito un certo spirito nobile, e le ultime scorribande, o per meglio dire regolamenti di conti, nel dormitorio del convitto. Tutto questo prima di fuggire da solo nella notte newyorkese, verso Manhattan, dove il rifugio in un albergo di quart'ordine è la porta per lasciarsi sedurre dall'effimera dimensione dei nightclub e del sesso surrogato, per poi infine riscoprire i valori importanti della famiglia e dell'istruzione che forse lo salveranno.

Primo e unico romanzo di Salinger, The Catcher In the Rye, letteralmente "il prenditore nella segale" (da un verso di una canzone in Scots di Robert Burns), vive del carattere del suo protagonista: un adolescente che sperimenta i vizi della vita adulta per rimanerne avvolto come un cubetto di ghiaccio in un bicchiere di whiskey in attesa che qualcuno o qualcosa lo salvi dalla perdizione. È un romanzo che racconta la decadenza della New York a cavallo tra gli anni '40 e '50 e il bisogno di punti di riferimento concreti da parte dei giovani.

Lo stile di Salinger è tutto basato su un linguaggio minimalista che sedimenta le impressioni del personaggio con una prima persona che si sviluppa in un turbine di ripetizioni. Se la forma letteraria nel 1951 poteva apparire avanguardista e prendeva una netta distanza da un modo classico di raccontare le storie, oggi la scrittura presenta tutti i suoi limiti sintattici. La forma del racconto è irregolare, la storia si trascina da un episodio a un altro con difficoltà e la lettura è tutt'altro che fluida: è il trionfo di un modo di scrivere libero dalle esigenze editoriali, punto di vista primordiale di una finestra su una contemporaneità ancora tutta da scoprire in un'epoca in cui la novità era l'elemento più importante degli autori.

Beati loro.


VP

mercoledì 8 maggio 2013

Pyongyang (2003) by Guy Delisle




Pyongyang (2003)
di Guy Delisle
edizione Rizzoli Lizard - pag. 184 
16 euro


Il fumetto può essere considerato una forma di letteratura? E qualora non lo fosse, quant'è la distanza tra le due arti? La risposta potrebbe variare di caso in caso, ma mai letteratura e fumetto, ma anche guida turistica e documentario, sono stati così vicini come nella produzione editoriale di Guy Delisle.

Il fumettista canadese, nativo del Quebec, ha usato il suo talento nel disegno per pubblicare dei veri e propri reportage sulle sue avventure lavorative nei paesi più curiosi per un occhio occidentale; dal Medio Oriente alla Cina Delisle ci offre degli spaccati sociali ed esistenziali che si interrogano sulle contraddizioni del libero mercato e sul ruolo economico nell'organizzazione degli appalti.

Pyongyang è il più riuscito di una serie di libri francamente imperdibili, in primis perché si addentra nella vita allucinata e onirica della Repubblica Democratica di Corea. Un paese prigioniero di un sogno ideologico che lo allontana da tutto il resto del mondo; una dimensione umana fondata sulla propaganda di regime e sul culto della personalità tramandata di generazione in generazione che si avvicina quantomai alla divinità. Un posto così non può che rendere la trasferta di due mesi dell'autore un continuo confronto, ironico e pungente, con la rigida burocrazia e l'ossessiva presenza delle guide incaricate a non lasciare un attimo di libertà a qualsiasi straniero si trovi nel paese.

Così veniamo a conoscenza delle strambe logiche di mercato che permettono alla Corea Del Nord di essere una vera e propria nazione appaltatrice, paese low-cost che funge da base operativa asiatica per molte aziende occidentali, dove incredibilmente si possono trovare realtà come i Sek Studio ovvero uno dei migliori studi d'animazione del mondo in cui nel 2001 il nostro protagonista si è trovato a lavorare.

Lo stile del disegno elegantemente minimalista e chiaro funziona a meraviglia, soprattutto se contrapposto al monumentalismo tronfio dell'architettura e delle scenografie del socialismo reale che l'autore si diverte a smontare. Così, tra sberleffi e sarcasmi, l'opera si pone come vero e proprio inno alla libertà: una squisita lettura in grado di raccontare passato e presente (e forse futuro) con l'arma invincibile della leggerezza.


VP

giovedì 31 gennaio 2013

Caduta Libera (2010) by Nicolai Lilin



Caduta Libera (2010)
di Nicolai Lilin
edizione Einaudi (collana Supercoralli) - pag. 326
17,85 euro


Al termine di Educazione Siberiana il giovane Kolyma veniva convocato al servizio militare che dallo stato de facto della teoricamente moldava Transnistria lo avrebbe dovuto portare alle frontiere della Federazione Russa per dare il suo contributo alla nazione che sconfisse i moldavi e i rumeni nella guerra del '92 (nonché patria delle sue origini siberiane). Kolyma si ribellava e faceva di tutto per scappare dalla caserma e tornare nella sua casa di Bender, dove famiglia e amici avrebbero continuato l'epica transnistra ben raccontata in tutte le sfaccettature nel bel primo romanzo.

E invece il sergente, dapprima gentile e comprensivo, diventa una furia davanti all'educazione siberiana del ragazzo tanto da ordinare ai suoi uomini di inviarlo al campo di reclutamento dei sabotatori, per la seconda spedizione russa in terra nord caucasica (1999), dove i ceceni musulmani (ma anche i confinanti daghestani), aiutati ufficialmente dall'Arabia Saudita e in modo occulto dagli Stati Uniti, sfruttano le montagne di un paesaggio bellissimo per combattere la loro indipendenza dalla Grande Madre.

Inizia così la cronaca in prima linea di un guerra assurda, che fino alle accuse della martire assassinata Anna Politkovskaya era tenuta sotto la sabbia dal governo russo. Una guerra fatta di corpi flagellati da lanciagranate, mine antiuomo, vite spezzate da colpi di kalashnikov e fucili da cecchino, cadaveri legati a carrarmati per festeggiare la caduta dei nemici con tanto di colpi per aria per le strade di Grozny, addirittura una coppia di fidanzatini baltici pagati dai ceceni come mercenari. Una guerra sporca, violentissima quanto il Vietnam, che Kolyma vive con estrema freddezza accanto a compagni come Scarpa, Mosca e a un sergente reduce e mito della guerra in Afghanistan (anni '80) di nome Nosov.

Lilin sbatte in faccia al lettore battaglie su battaglie raccontando la violenza nei minimi particolari. E se in Educazione Siberiana illustrava quasi a mo' di saggio le usanze della sua comunità (in modo assai più pertinente), in questo caso spiega le dinamiche militari spaziando tra strategie di guerra, particolari delle armi, riti prima e dopo dello scontro, rapporto con un nemico che è tale solo per le scelte di chi sta in alto. Perché, come dice il sergente Nosov a un dubbioso Kolyma, "questa guerra è tutto un casino creato ad arte. Perché se vuoi rubare qualcosa in un negozio senza che nessuno se ne accorga, fa comodo che dentro quello stesso locale succeda il finimondo... noi siamo quelli che devono far casino".

La lettura è talvolta interessata e frenetica, talvolta ripetitiva. La sensazione che rimane al termine del romanzo è che l'autore abbia trascurato gli elementi più interessanti della sua avventura militare. Infatti al ritorno in Transnistria (le ultimissime pagine del romanzo) la vita di Kolyma cambia, preda di un disagio psicologico totale che lo rende un disadattato. Finisce quasi per rimpiangere la guerra, tanto infernale quanto vera, rispetto alla pace di un paese fatto di gente falsa e ipocrita, di polizia corrotta e tv spazzatura. E allora, abbracciando di nuovo un fucile in mano per colpire i vasi delle ville dei nuovi ricchi della regione moldava, Kolyma si chiede il senso della pace e delle vite umane, dei vincitori e dei vinti, dei compagni e dei nemici, sacrificate per essa.

Era un tema cardine per spiegare il conflitto ceceno, sicuramente più incisivo della mera descrizione di morti in battaglia (anche loro importanti): Caduta Libera sarebbe potuto essere la versione letteraria e russa de Il Cacciatore (the Deer Hunter) di Michael Cimino, che invece su questo versante spingeva con estrema ferocia e realismo.

Un'occasione mancata, che dispiace.


VP

mercoledì 1 agosto 2012

Educazione Siberiana (2009) by Nicolai Lilin




Educazione Siberiana (2009)
di Nicolai Lilin 
edizione Einaudi (collana Supercoralli) - pag. 343
20 euro


Educazione Sibieriana è un miracolo. Il miracolo di uno scrittore transnistro arrivato in Italia nel 2003 e che in sei anni è arrivato a una tale padronanza della lingua italiana da permettergli di pubblicare questo best seller. Romanzo che è stato uno dei casi letterari del 2009, quello che si è guadagnato il prestigio degli elogi di Roberto Saviano (da Gomorra sempre più re mida dell'industria letteraria, capace di spostare l'ago della bilancia di un'opera da un verso e dall'altro).

Ma Saviano a parte, la cui influenza conta fino a un certo punto, la maggior ragione del successo commerciale di questo Stand By Me in salsa ex sovietica è l'illustrazione ripetuta all'interno del romanzo dei vari codici di comportamento da parte della criminalità organizzata russa, nel caso di Lilin siberiana. Perché infatti se la Transnistria in cui l'autore è nato e cresciuto è una regione della Moldavia autoproclamatosi Stato De Facto, il background culturale di quello spicchio d'Europa (il buco nero, l'ultimo residuo di URSS oggi esistente) è tipicamente russo per linguaggio e usanze.

Infatti i genitori e i parenti di Kolyma, il giovane protagonista, sono i figli di una generazione che fu interamente deportata da Stalin dalla Siberia alla Transnistria per sfruttare al massimo la ricchezza di metalli del territorio siberiano. Così vicino al fiume Dnestr (o Nistru in moldavo/rumeno) si stabilì una comunità che rispondeva a comportamenti etici tipici di quei territori lontani. E che sopravvivevano per tutta la stagione sovietica, fino all'autoproclamazione della Transnistria come stato indipendente dopo una guerra feroce contro la Moldavia appoggiata dalla Romania vinta grazie all'aiuto dei russi.

In questo scenario Kolyma riceve da nonno Kuzya e dai grandi gerarchi della criminalità siberiana la sua educazione che lo porta con i suoi giovani amici a fronteggiare più volte la polizia sovietica, scontrarsi con le bande rivali delle città di Bender, sua città di nascita nel quartiere Fiume Basso, e Tiraspol, vendicare lo stupro di una ragazza innocente.

In questi anni numerosi docenti universitari, esperti di mafia russa e criminalità organizzata, furono intervistati sulle gesta liberamente autobiografiche raccontate da Lilin. La sensazione da parte di tutti è che molti rituali raccontati in Educazione Siberiana siano inventati.

Personalmente non sappiamo e non vogliamo addentrarci nella questione. Ciò che rimane è la capacità di Lilin di catapultarci in un universo così implicito e distante dalla società civile, lo squarcio di un mondo, la Transnistria, chiuso in se stesso a dispetto del mondo esterno, l'epica criminale romanticizzata e intimista che viene fuori con grande efficacia.

A inficiare la completa riuscita dell'opera è l'eccessivo didascalismo nella descrizione dei rituali. Ma in questo caso era un difetto inevitabile. Chissà come Gabriele Salvatores li saprà sedimentare all'interno della versione cinematografica dell'opera, i cui diritti furono da subito comprati da Cattleya, sceneggiata da Rulli e Petraglia e interpretata da John Malkovich.

Sicuramente il film italiano più atteso dei prossimi anni.


VP

sabato 14 gennaio 2012

Neuromante (1984) by William Gibson



Neuromancer (1984)
di William Gibson
edizione Oscar Mondadori - pag. 278
7,80 euro


C'erano una volta gli anni '80 in cui Blade Runner e le megalopoli barocche abitate da un'umanità senza speranza erano la regola e non un'eccezione. E se il successo del film di Ridley Scott (rieditato in talmente tante versioni da dover ogni volta specificare quale sia la preferita) e dei romanzi del genio di Philip K. Dick fu meritato, l'industria hollywoodiana di serie A e B iniziò a propinarci bizarri cloni da Detective Stone ai filmacci action dell'hawaiano Albert Pyun distruggendo completamente la carriera dalle grandi potenzialità dell'eterno replicante Rutger Hauer.

Gli exploit sul grande schermo favorirono anche le produzioni letterarie dando respiro al filone cyberpunk. Neuromante di William Gibson fu un esempio eclatante di successo editoriale forse oggi irripetibile. Le 280 pagine di cui è composto sono un compendio dell'estetica cyber che oggi risulta invecchiato male e di difficile lettura. Il mondo di corporazioni, droghe sintetiche, fibre ottiche, scanner spaziali e sottoboschi sociali brulicanti dove la pirateria è di casa è figlio di un'immaginario collettivo tipico di quegli anni '80 che cercavano di guardare al nuovo millennio con curiosità su ciò che sarebbe accaduto. La sensazione è quella strana di trovarsi davanti a una tecnologia un tempo avveniristica ma oggigiorno obsoleta. E le avventure cyberspaziali dell'hacker Case e della ex prostituta Molly suonano vecchie come le trame della moltitudine di film che uscirono dopo Blade Runner.

Peraltro fa impressione come lo scrittore non si preoccupi minimamente di aiutare il lettore a comprendere il mondo in cui viene catapultato. Oggi nessun editore permetterebbe a un esordiente (quale era Gibson al momento, tralasciando racconti come Johnny Mnemonic da cui fu tratto un deludente film con Keanu Reeves e Takeshi Kitano) di usare termini così tecnici per raccontare scene difficili da decifrare: molte di esse (come ad esempio quelle ambientate nella Istanbul futuristica) scivolano via inghiottite da veri e propri buchi narrativi.

Eppure il mondo che Gibson descrive, sebbene più povero di quelli raccontati dal genio di Dick o di William Burroughs, rimane impresso come non mai e si stampa nelle viscere del lettore come un virus potentissimo. "Il cielo sopra il porto era del colore di uno schermo televisivo sintonizzato su un canale morto": mai l'incipit di un racconto o un romanzo di fantascienza apocalittica ha presentato così bene lo scenario che voleva raccontarci.

Neuromante è il romanzo di fantascienza che più di tutti interroga sul rapporto subordinato tra scrittore e lettore e che rappresenta per un autore emergente proprio ciò che un manoscritto non dovrebbe mai essere al giorno d'oggi per avere la speranza di comparire un giorno sullo scaffale di quell'Olimpo di ambizioni e speranze che è la libreria.

Forse non riuscirete a terminarlo, ma a suo modo è unico.


VP

sabato 15 ottobre 2011

Acqua In Bocca (2010) by Andrea Camilleri & Carlo Lucarelli





Acqua In Bocca (2010)
di Andrea Camilleri & Carlo Lucarelli
edizione Minimum Fax - pag. 108
10 euro


Accostare i due autori di maggior prestigio del giallo italiano contemporaneo era una tentazione troppo grande per Minimum Fax. L'intelligente casa editrice ha creato un caso letterario da un gioco tra i due iniziato in uno di quegli innumerevoli salotti letterari adibiti a convention sul genere, riuscendo a creare proventi da dare in beneficenza grazie anche alla sensibilità dei due scrittori.

Così il fenomeno che nel 2010 è stato al vertice delle classifiche di vendita per mesi è servito a una giusta causa. Il contenuto non si può dire che sia in linea con la bontà commerciale dell'operazione: una storiella di poche pagine che riprende la struttura, a dire il vero mai abusata e alquanto brillante, del giallo epistolare, senza però particolari colpi di genio in grado di ringalluzzire i fans degli autori.

Il commissario Montalbano e l'ispettrice Grazia Negro si inviano lettere a ripetizione per risolvere insieme un caso intricato, cercando di depistare gli organi ufficiali della polizia e intelligence criminali locali. Arrivano a commissionare consegne a persone terze e persino a nascondere i messaggi dentro cannoli siciliani.

Alla fine la sagacia dei due protagonisti avrà la meglio su un giallo in cui tutto torna. La furbizia tanto provinciale quanto open minded di Montalbano e la curiosità morbosa della Negro sono rese bene e la lettura ne risulta piacevole. La cosa che ci si chiede è dove si stia andando, specialmente se in questione trattasi di genere tanto amato quanto pieno di lettori forti. Acqua In Bocca ha un atteggiamento ludico nei confronti della materia trattata: la componente "gioco" supera di gran lunga la profondità degli snodi narrativi e dei tic dei personaggi.

La sensazione sgradevole è che il pubblico che ha decretato il successo di questa che, ricordiamolo, è essenzialmente un'operazione commerciale, abbia a che fare più con la Settimana Enigmistica che con materie letterarie come quelle di Raymond Chandler o James Ellroy, o come Camilleri e Lucarelli nelle loro uscite migliori.

Che la letteratura stia diventando sempre più una trovata pubblicitaria è una cosa preoccupante e che deve necessariamente far riflettere sul ruolo dell'editoria nostrana nella cultura di tutti noi. Alla chiusura dell'elegante edizione il pessimismo vince sul divertimento.


VP