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venerdì 6 aprile 2012

ORIZZONTI DELL'(EX) UNIONE SOVIETICA (06/04/2012)

Mia madre da bambino mi regalò un mappamondo, uno di quelli che si attaccano alla corrente e si accendono con tutti i paesi che si illuminano di un colore diverso. Ne ero affascinato anche se la prima volta mi venne istintivamente di dargli un calcio e emulare, nella mia stanza tappezzata di una carta da parati bianca a fiorellini lilla e un poster enorme di Bambi, un goal di Rudi Völler all'Olimpico ancora privo di copertura. L'Africa era enorme, il Nord America pure ma, una volta individuata Roma al centro di quel piccolo staterello sotto la Francia, la mia curiosità finiva sempre un po' più a destra: ovvero su quello sterminato blocco verde che inglobava dentro di sé tante maestose regioni. Tra Ucraina, Russia Bianca  e Bassopiano Siberiano sovrastava la dicitura: Unione Delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Leggevo i nomi di posti come Magnitogorsk o Barnaul o Okhotsk e mi immaginavo come potesse essere la vita da quelle parti, considerando che Roma, Parigi, Madrid, Amsterdam e tutte le altre città occidentali di cui mi veniva parlato all'epoca erano tutte assemblate in un piccolissimo spicchio di terra al confronto del quale solo il Bassopiano Occidentale Siberiano sembrava mostruoso.

Proprio al centro di questa regione il mappomondo riporta Surgut, un luogo che sembra distante anni luce da ogni altra forma di civiltà. 'Come sono le persone di lì? Non si sentono sole, così lontane da tutto e da tutti? Come si sono organizzati per vivere in un posto del genere?'. Facevo queste domande a mia madre e lei rispondeva che la gente di quelle parti fosse molto povera e vittima di un regime totalitario. Ovviamente le parole di mia madre non fecero altro che placare la mia curiosità: da bambini non si vuole vedere la povertà, soprattutto se cresciuti con la televisione occidentale e programmi come Drive In e telefilm americani come Starsky & Hutch (lo facevano ancora a notte inoltrata) e A-Team.

Ma quel germe sovietico continuò a vivermi dentro per poi germogliare finalmente a metà dei vent'anni. Mi aveva formato la personalità decadente per quanto i feedback di un mondo occidentale e influenzato dall'immaginario democristiano continuava a informarmi del contrario. Andare nell'ex URSS è innanzitutto andare in un posto non così usuale da raggiungere fino a trenta anni fa. Che poi la Lettonia sia diversa dall'Estonia la Russia o dall'Uzbekistan non è così importante. O almeno lo può essere dal momento che alcune di queste nazioni si sono occidentalizzate staccandosi (a quanto pare) definitivamente dal blocco eurasiatico per raggiungere l'Europa Unita della moneta unica e della crisi globale.

Riga è una città che pullula di discoteche e di turisti occidentali in cerca di movida e belle ragazze: si parla inglese senza problemi e non ci sono cartelli cirillici che possano dare fastidi a un occidentale. Tra il fascino medievale di Tallinn, la ridente magia architettonica di Vilnius e i night di Riga ci risulta veramente difficile anche solo immaginare che poco tempo fa il russo fosse la prima lingua e al posto di un supermarket avresti trovato un produkty. Le nuove generazioni del Mar Baltico parlano la propria lingua e guardano a occidente: l'inglese, l'americano o il canadese sono ben accetti. E i russi che c'erano prima? Se ne sono andati? A quanto pare no.

A ovest dell'antico e meraviglioso centro di Tallinn c'è un quartiere deserto in cui la titolare dell'ostello in cui pernottai mi consigliò di andare, non capisco ancora per quale ragione. Quest'area sembra un agglomerato urbano di Gorky Park, lo stesso ambiente che avevo trovato moltiplicato per l'intera estensione di Mosca qualche anno prima. Il mio altrimenti inutile sopralluogo mi permise di conoscere Anna, l'unica ragazza in giro di un grigio pomeriggio di inizio maggio che giocava da sola su uno scivolo della villa sovietica. "Ci vogliono far fuori. Non insegnano più il russo nelle scuole. Vogliono che noi diventiamo estoni a tutti gli effetti e privarci delle nostre radici russe". E allora verrebbe da chiedersi per quale motivo Anna, con tutta la sua comunità, non sia tornata in Russia. Ma mi rendo subito conto che è molto facile fare domande senza tenere in considerazione una casa in cui vivere, una città familiare che ormai è diventata la tua città, gli amici e i conoscenti estoni che per quanto non facciano parte della propria comunità sono pur sempre amici. Molto facile parlare quando l'unica rivoluzione che hai avuto è stata la spedizione dei Mille, peraltro neanche così troppo rivoluzionaria.

Il problema dei russi rimasti in altri paesi dopo la dissoluzione della nazione unica si è manifestato nella sua forma più eclatante in Moldavia. Al confine con l'Ucraina, tra Chișinău e Odessa, ci sta una striscia di regione che prende il nome di Transnistria. Se volete vivere l'esperienza sovietica più aderente alle atmosfere originali una visita a Tiraspol è d'obbligo, sempre a patto di non farvi estorcere il denaro dalla milizia transnistra, non riconosciuta da nessuna piattaforma governativa ma assolutamente operante. In Transnistria si parla russo, si usa il cirillico e tutto è come ai vecchi tempi, compresi i carriarmati per le strade e i cartelloni pubblicitari propagandistici.

Se invece non si vuole un'esperienza così estrema, c'è pur sempre la Bielorussia del leader Alexander Lukashenko, quello del "meglio dittatore che frocio" verso il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle. Qui le ragazze sono davvero belle e fanno dimenticare un'architettura della città (Minsk) che lascia molto a desiderare se si cerca altro rispetto alle prospettive infinite e ai palazzoni governativi. La cosa incredibile è che questo paese pur nella sua centralità rispetto all'Europa intera sia così lontano culturalmente da tutto ciò che gli è attorno. La Lithuania e la Polonia al confronto sono due paesi di un'epoca più avanzata e forse questo ne fa anche un po' il fascino. È una Russia di qualche anno fa, quello che l'Ucraina dopo gli Europei di questa estate non sarà più e che raccoglie tutti i dettagli di un certo mondo eurasiatico che sta sparendo nell'Europa a ovest della Russia. Senza dimenticare però che proprio in Russia c'è il cuore di tutto: nella stazione Moskovskiy di San Pietroburgo c'è una bellissima mappa in rilievo della ferrovia russa e Mosca è il centro. Tutte le linee portano lì, altro che Roma.

Appena arrivi in Russia la prima cosa che ti colpisce è che le ragazze ancora portano le pellicce, chiuse con delle spillette brillanti: un giro per la metropolitana di una grande città è un compendio di tutte le emozioni decadentiste che abbiamo sognato nei noir anni '40. Le ragazze sembrano ancora quelle di un tempo, il pre-femminismo, e questo è uno dei motivi che spinge molti occidentali a trovare mogli da queste parti. Già, il matrimonio... arrivati a Yaroslavl, una città di poco meno di seicentomila abitanti che fa parte del cosiddetto Golden Ring, tra Cattedrali bianche con cupole dorate, Chiese e panorami suggestivi faccio in tempo a conoscere Victor, un ingegnere informatico spagnolo appena ammogliato con una ragazza del luogo. Ha la barba incolta e la simpatia del trentenne da ambiente alternativo catalano; mi racconta di aver fatto una specializzazione proprio a Yaroslavl, dove di lavoro per i programmatori ce ne sarebbe tanto, per poi conoscere Alina, un angelo moro dagli occhi argento. La prima cosa che mi viene da chiedergli è come la famiglia abbia preso la notizia dello sposalizio: il sorriso di Victor mi fa intuire lo sconcerto e la preoccupazione di cui mi parla in tono francamente scherzoso. "All'inizio mi presero per matto, soprattutto i miei amici. Poi i miei genitori sono venuti quì a Yaroslavl e hanno visto che la situazione era ok". Per quanto Victor e Alina si siano sposati, Victor ha ancora bisogno del visto per stare in Russia e non può assolutamente pensare di trasferirsi. Sarà Alina a raggiungerlo in Spagna e iniziare una nuova vita. E speriamo per Victor che la situazione sarà veramente sempre e solo "ok".

Anche perché l'aria che si respira in Russia a eccezione delle due città più grandi è quella di un posto dove i ragazzi si sposano giovanissimi più per noia o per mancanza di alternative. "O ti trasferisci a Mosca oppure metti su famiglia", questo mi dice Natalia, una cavallona mora, alta più di un metro e novanta, con lunghi artigli smaltati al posto delle unghie e calze a rete. La incontro sulla seconda classe di un treno in direzione di Mosca che prendo per visitare la splendida Velikiy Rostov, un altro dei luoghi del Golden Ring. Quindi non è un caso che in un venerdì notte io e il mio compagno di viaggio non troviamo altro che una discoteca semivuota, popolata più che altro di rampolli della borghesia meno povera di Yaroslavl. E per chi aveva in mente di vivere un'esperienza selvaggia di clubbing nell'entroterra russo l'unica cosa da fare è riprendere il treno per Mosca.

I treni russi sono un viaggio nel viaggio, nonché una delle cose del mondo sovietico che ci appaiono irresistibili. Le rotaie non supportano l'alta velocità e il passo è lentissimo: per di più in terza classe la caldaia è inesorabile, viene impostata a ventotto gradi con la buona pace di chi poi uscirà dalla carrozza con un'escursione termica di quasi quaranta gradi. Ti danno un bicchierone enorme molto folkloristico delle Ferrovie Dello Stato con cui farti il tè grazie all'apposito bollitore disposto ai lati del vagone. La capo vagone ti fa accomodare su una panca, poi ti controlla il biglietto (davvero molto decorato con una specie di filigrana rosa), infine ti appioppa il paccone sigillato con dentro le lenzuola pulite e la federa del cuscino. La tratta San Pietroburgo - Ufa impiega sei giorni ad arrivare. La lentezza del treno e il paesaggio che si scorge all'esterno (chilometri e chilometri di foresta intervallata da qualche villaggio con le case di legno) rimandano con la mente a romantiche suggestioni natalizie stile Polar Express. Non fosse per il caldo estenuante ci si sentirebbe quasi come all'esaudimento di un desiderio lontano. E allora con la mente si viaggia ancor più velocemente e si progettano tratte strampalate come quella San Pietroburgo - Tashkent per la quale a noi europei occidentali servirebbero tre visti (russo, kazako e uzbeko... un infinito burocratico).

Victor mi raccontò a lungo di aver scoperto un mondo attraverso le terze classi dei treni russi: un mondo di gente che vuole socializzare e di condivisione sociale del viaggio, quello che gli stati occidentali avrebbero voluto ma non sono riusciti a fare. D'altro canto tra lo statale italiano/spagnolo e quello ex sovietico, la differenza è essenzialmente qualitativa. Forse gli impianti statali in Russia sono un po' meno puliti dei privati, ma hanno un'efficienza di ferro, quasi implacabile. Come per quanto riguarda la piattaforma statale attraverso cui i giovani russi e ucraini (ma non credo solo loro) imparano le arti e fanno sport. Si tratta di centri finanziati per l'appunto dallo stato in cui con pochissimi soldi ci si può iscrivere a tutto, dal nuoto alla pallavolo al corso di chitarra. Ne avevo sentito parlare per la prima volta da Aleksandra, una ragazza ucraina che vive in Italia e che vorrebbe tornare al suo paese. Si è spesso lamentata con me di quanto sia impossibile a Roma fare tante attività con pochi soldi. Personalmente mi sento un po' defraudato di questa opportunità; se non altro mi farebbe sentire più orgoglioso di appartenere a uno stato e, magari, mi spingerebbe onorarlo nel migliore dei modi.

San Pietroburgo si affaccia sul Baltico. Si apre su Tallinn e Helsinki e quello che ci si aspetta è tutto tranne che una città smaccatamente russa o non almeno troppo turistica. Non fosse altro perché ha un museo che ospita una collezione (la Schukin) che, tra sale di Picasso, Monet, Cezanne e altri mostri sacri, ha più valore di cento vite umane messe insieme. E invece ecco la milizia che va su e giù per Nevsky Prospekt e i metal detector all'entrata di ogni luogo pubblico e ogni discoteca. Non nei bar, dove incontro Margarita, una studentessa che ha preso in affitto una casa a prezzi irrisori proprio in pieno centro. È originaria di Ekaterinburg, una tappa della transiberiana che sarebbe da visitare anche solo perché ai tempi del comunismo era una città chiusa: da Sverdlovsk (così è riportata sul mio mappamondo degli anni '80) non si entrava e non si usciva se non con particolari permessi. Questo rende interessante la questione sulla curiosità per gli stranieri in quel posto. Faccio un paio di domande a tal proposito e Margarita mi racconta quanto fosse deprimente da bambina essere chiusi in un posto, un mondo, un universo, fatto sempre delle stesse facce e delle stesse strade e senza possibilità di uscita. Angosciante quanto fascinoso.

Di Ekaterinburg è anche un ragazzo con cui mi faccio fotografie a ripetizione sull'incrociatore Aurora, quello che sparò al Palazzo d'Inverno. Sa dire a malapena "hello", ma la gestualità è una buona lingua per azioni semplici come per l'appunto scattarsi momenti magici. Torniamo verso Nevsky Prospekt a piedi insieme, cercando di imbastire qualche discorso. Quando ci arrendiamo all'evidente barriera linguistica, lui telefona alla mamma e comprendo che le sta raccontando di aver conosciuto un italiano parlandoci in inglese. Il suo sorriso è genuino, quello di uno che ha appena fatto qualcosa di eccitante da raccontare a tutti. Cose che pensavo mi sarebbero accadute in altri posti, non a San Pietroburgo. E sempre nella ex Leningrado, dentro uno degli ottimi self service sovietici (Mumu' per Mosca, Lido per Lettonia, Lithuania, Estonia e Bielorussia, Puzata Hata per l'Ucraina), il mio passaporto adornato di visti che sempre Margarita sta sfogliando desta la curiosità di un giovane metallaro in compagnia della madre. Mi chiede di mostrarglielo e lui rimane almeno venticinque minuti a studiarsi un documento dell'Unione Europea. Poi mi offre il suo, ma non è così interessante: mai andato fuori da quell'Eurasia per la quale non servono i visti. Mi chiede che ci sia andato a fare qualche anno fa in Bielorussia e gli rispondo che ero curioso di visitarla. Non sappiamo che dirci, solo grandi sorrisi con la madre e voglia di tornare a Margarita e alla sua vita, ai viaggi che non ha mai fatto. E dentro di me penso: 'cazzo, vivete a San Pietroburgo... non in Siberia! L'Estonia e la Finlandia sono quì a due passi, prendete una nave e ci arrivate'. Ma poi Margarita mi svela che per un cittadino non nato a San Pietroburgo lasciare la Russia è difficile: il visto non te lo danno, la burocrazia è terribile. Finiamo di mangiare e andiamo a casa sua: si tratta del classico appartamento arredato benissimo all'interno di un palazzo fatiscente e sporco. In Russia, Ucraina, Bielorussia sono quasi tutti così, anche quelli centrali. Anche in Lettonia, Estonia e Lithuania ce ne sono ancora. Sicuramente l'amministratore di condominio sarà il lavoro del futuro da queste parti, soprattutto se, come ho visto a Mosca, la popolazione sembra nettamente più benestante rispetto a tre anni fa, la mia prima volta in Russia. L'impressione è che l'Europa in crisi favorisca il benessere della cosiddetta lega eurasiatica (Russia, Bielorussia e Kazakistan), che può far leva sui costi di gas e greggio per ricattare l'occidente. E forse in questo modo la Russia tornerà a essere la potenza mondiale che è sempre stata fino al 1991, il punto di riferimento che voleva rappresentare quando costruiva quartieri popolari ora degradati a Cracovia (Nowa Huta) e il Palazzo Della Cultura e Della Scienza di Varsavia sul modello delle sette sorelle di Mosca.

Per quanto mi riguarda l'ex Unione Sovietica rimarrà un luogo dell'anima su cui consolarmi delle delusioni e delle frustrazioni di una vita occidentale. Nell'URSS ci stanno le fidanzate che noi italiani non abbiamo mai avuto, o che abbiamo pagato a caro prezzo, ci sono le guardie arrabbiate e severe che mantengono l'ordine, i metal detector per evitare che entri in una discoteca con un kalashnikov, c'è quella popolazione che sembra così fredda ma in realtà tanto accogliente che ti apre le porte di casa e viene a raccontarti dei suoi amori e delle sue disavventure anche senza conoscere la tua lingua (mi viene in mente un omaccione muscolosissimo con lo sguardo tenero che mi raccontò all'ostello di Yaroslavl di quanto amasse sua moglie). Nella nostra URSS non esistono le immagini di povertà di massa che si vedevano nello spot elettorale di Forza Italia del 1994, né vengono accolte le paure democristiane delle nostre mamme per cui l'Ucraina sarà sempre un posto più pericoloso degli Stati Uniti d'America anche se a Los Angeles vedi continuamente moderni cowboy con un grilletto in mano e spuntano gang afroamericane/ispaniche da tutti gli angoli.

Sul volo che mi ha riportato a Praga (ovvero all'Europa ormai diventata "civile") ho chiuso gli occhi più di una volta. E la fantasia mi ha portato su un vagone di terza classe per la Siberia, la neve implacabile venir giù come un'ira di Iddio, un palazzo grigio e diroccato con un balcone comune che si affaccia sulla rotaia. Dentro quel palazzo c'è un appartamento arredato con gran gusto, una caldaia che mi riscalda il cuore e la ragazza stupenda che attende il mio arrivo sistemando un cesto di fiori sul tavolo.

Questa è la mia casa. Questa è la mia URSS.


VP