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lunedì 4 febbraio 2013

Lincoln (2012) by Steven Spielberg


Lincoln (2012)
by Steven Spielberg

Daniel Day-Lewis (Abraham Lincoln)
Sally FIeld (Mary Todd Lincoln)
David Strathairn (William Seward)
Joseph Gordon-Levitt (Robert Lincoln)
James Spader (W.N. Bilbo)
Hal Holbrook (Preston Blair)
Tommy Lee Jones (Thaddeus Stevens)
John Hawkes (Robert Latham)


La guerra di secessione portava alla distruzione un continente che non riusciva a essere unito nell'organizzazione sociale e economica. Il tema principale era la libertà dell'uomo in quanto essere vivente, con la grana della schiavitù afroamericana che per gli Stati Confederati (il sud) rappresentava una risorsa primaria. Al termine di una delle tante sanguinose battaglie, tra cadaveri e feriti a terra, alcuni soldati nordisti di colore chiacchierano amabilmente nientemeno che con il Presidente degli Stati Uniti d'America, che per l'occasione scende dal suo piedistallo e dispensa saggezza con autoironica simpatia. I soldati non possono fare a meno di guardarlo con stima e affetto.

Che è esattamente la stessa che prova verso di lui il regista ebraico più ricco della Hollywood degli ultimi 40 anni; quello che spaziando tra dinosauri, incontri ravvicinati con extraterrestri, archeologi in azione e grandi temi storico sociali, ha ereditato più di tutti l'intenzione hitchcockiana di portare al cinema il maggior numero possibile di persone senza distinzioni di classe e cultura. E pensare che la carriera di Spielberg nacque col tir killer di Duel, ovvero il cinema di genere che più di genere non si poteva. Nel corso degli anni (e dei soldi incassati) il buon Steven è diventato produttore (di se stesso e di altri), ha vinto oscar a palate diventando un fermo riferimento istituzionale del progressismo democratico americano.

Aveva già parlato di razzismo e schiavitù in The Color Purple (1985) e Amistad (1997), ma mai l'aveva affrontato nelle stanze del potere, tra battibecchi in aula e colloqui politici. Cinema verboso, che affida una gran parte della sua resa alle metamorfosi degli interpreti (che in questo caso ripagano alla grande la fiducia), che parla di guerra e battaglie lasciandole fuori campo, perennemente chiuso tra interni eleganti e carrozze che percorrono le strade fangose di un Ottocento finora mai visto al cinema.

Un'idea già percorsa felicemente, arrivando al capolavoro, da registi come Rohmer (la Rivoluzione Francese vista dalla parte degli aristocratici) e ultimamente Eastwood (la lotta al terrorismo rosso del capo della CIA). Rispetto soprattutto all'ex cowboy con gli occhi di ghiaccio di Sergio Leone, vera e propria istituzione del mondo repubblicano nell'industria cinematografica, lo sguardo di Spielberg sull'uomo che riuscì ad abolire e condannare la schiavitù è indiscutibilmente ammirato. Non spulcia con equidistanza tra i segreti, le contraddizioni e la deriva psicologica e sessuale che il conservatore Clint invece portava alla ribalta sul mito americano di J. Edgar Hoover; il Lincoln di Spielberg è un eroe la cui grandezza e il cui coraggio devono necessariamente incontrare la partecipazione emotiva e retorica della regia.

E poco importa se per far approvare il 13° emendamento Lincoln e i suoi democratici finiranno per accaparrarsi i voti di alcuni nemici grazie ai giochi di potere e alla corruzione; l'importanza e la giustezza del tema affrontato giustificano le ombre del personaggio, mostrate sempre con uno strato tenerezza politicamente corretta. È il pensiero, la politica e il ruolo sociale di Spielberg: il suo animo democratico deve essere chiaro e ben assimilato (se non condiviso) dai milioni di spettatori fidelizzati ai suoi film.

A parte la grandezza degli interpreti (tra cui non sono da sottovalutare Tommy Lee Jones, Sally Field e un inedito James Spader), gli elementi che rendono Lincoln un film imperdibile e da ricordare sono due: la fotografia di Janusz Kaminski, che rende il film un vero e proprio quadro in movimento raggiungendo le vette di Barry Lyndon, e la scelta stupefacente di non mostrare l'omicidio del protagonista al Ford's Theatre, rappresentato al cinema già dai tempi di Griffith, ma di lasciarla all'annuncio di un attore di un altro teatro nella cui platea era seduto invece il figlio.


VP